giovedì 23 novembre 2017

“Il Cane, il Lupo e Dio” di Folco Terzani, 2017, Longanesi. Recensione di Tiziana Viganò


Un libro emozionante, che si presta ad essere letto e raccontato anche ai bambini, ispirante per ogni età. Un regalo per tutti, che va diritto alla mente e al cuore. 

Recensione di Tiziana Viganò

Una favola moderna, un viaggio iniziatico.
Protagonista un Cane, abituato alle comodità della città, alle cure del padrone, che, abbandonato e solo, troverà un branco di quattro Lupi che gli insegneranno a essere indipendente e autosufficiente, ad avere fiducia in se stesso, nelle sue risorse e nella Natura. Perché
«La fiducia è la qualità più potente di tutte. L’essere che ha fiducia raggiunge subito la sua meta.»
Muni, il Lupo saggio dagli occhi dorati lo guiderà a capire che tutte le cose nella Natura possono insegnare a vivere, le cascate come i fulmini, gli alberi come ogni animale, la tempesta come i terremoti.
«I giorni passano, le notti corrono via come ombre e se non avvenisse un imprevisto, spesso travestito da disgrazia, non ci renderemmo mai conto della meraviglia nella quale già siamo, non ci porremmo mai la domanda più grande di tutte… Cosa c’è oltre? E oltre?, e oltre, e oltre…?»
Il lungo viaggio sarà più importante della meta, la leggendaria Montagna della Luna, dove Sole e Luna sono congiunti: il Cane aveva immaginato che quel luogo mitico fosse la fonte della vita e di tutte le cose, invece si troverà in un luogo dal bianco accecante, dove neve e ghiaccio sono ovunque, dove c’è solo vuoto e desolazione: forse sarà il luogo della sua morte? Ma proprio il tempo passato lungo la Via ha preparato il Cane a vivere una vita diversa, a vedere il mondo con occhi nuovi, a comprendere il valore del sacrificio e dell’eterno ciclo della vita…e la vita riprenderà…
 Portatore di una visione religiosa laica e naturalista, Folco Terzani riecheggia però le parole di Gesù nel Sermone della Montagna riportato dal Vangelo di Matteo,  
«… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?...»  
Allo stesso modo il suo protagonista, il Cane, si trova davanti alla rivelazione che un Dio si occupa di ogni essere vivente che come lui, ogni giorno, ha bisogno di ogni cosa, un Dio che è la Natura.
Un soffio misticismo percorre le pagine del libro, che ci regala attraverso le sue metafore la riflessione sulla ricerca di una spiritualità che vada al di là di ogni religione istituzionalizzata, oggi più che mai necessaria per dare pace alle inquietudini e ai dubbi dell’uomo di oggi.
Magnificamente illustrato dagli acquarelli di Nicola Magrin, “Il Cane, il Lupo e Dio” di Folco Terzani, edito da Longanesi, è un libro emozionante, davvero stupendo, che si presta ad essere letto e raccontato anche ai bambini, ispirante per ogni età.

In vista del Natale un regalo per tutti, che va diritto alla mente e al cuore.

sabato 4 novembre 2017

un capitolo di "Sinfonia nera in quattro tempi" di Tiziana Viganò

Le scogliere di São Jorge, nelle isole Azzorre
incipit del quarto tempo di "Sinfonia nera in quattro tempi" -La quadratura del cerchio-

Alcuni delitti efferati scuotono la sonnolenta atmosfera nella provincia di Milano, a Legnano e nelle vicine Como e Saronno: l’intuito del maresciallo Rusconi li mette in relazione tra loro per la particolare ferocia verso la vittima e per la volontà di farla soffrire colpendola in ciò che le è caro.
Nella narrazione a due voci corre il filo conduttore di una violenza subita ed agita che delinea la figura del pluriomicida e muove l’intreccio fino alla fatale e inevitabile conclusione.

Ora in ebook: offerta lancio per tutto novembre 2017 € 3,99 (invece di € 4,99)  


PLENILUNIO

Allontanandosi dal centro della cittadina, dove i bar e i ristoranti traboccavano di turisti, l’atmosfera cambiava completamente: vicoli stretti e poco illuminati si inerpicavano verso la sommità del promontorio, fiancheggiati dalle antiche case basse dei pescatori, dipinte a colori vivaci, decorate con architravi bianchi e vasi di fiori dappertutto.
Laura camminava col respiro affannoso, incespicando spesso nell’acciottolato scivoloso e sconnesso di pietre vecchie di secoli: sentiva un fuoco di rabbia dentro e il sudore che colava copioso da tutti i pori della pelle. Non riusciva a spegnere quel calore insopportabile: le bruciavano gli occhi che riuscivano a vedere una sola immagine.
Si appoggiò un attimo con la fronte al muro fresco di una casa.
«Non ce la faccio più…» Con l’anima in tempesta continuò faticosamente la salita: arrivata in cima vide una figura conosciuta su un muretto dall’altra parte della strada.
«È lei, lei lei», continuò a ripetersi con ritmo ossessivo.

Claudia si era staccata dal gruppo e aveva fatto una passeggiata; aveva con sé l’attrezzatura fotografica per riprendere gli effetti della luce lunare su quel paesaggio stupendo. Il cielo d’agosto era perfetto per le riprese, le stelle piccolissime, la luna piena enorme, talmente bianca e luminosa da poter vedere i suoi crateri a occhio nudo. Era così presa da quella bellezza e dalle sue foto, che aveva scacciato quel turbamento fastidioso, quel senso di colpa che l’aveva colpita un paio d’ore prima alla vista di Laura, comparsa all’improvviso.
Aveva cercato di negare a se stessa quello che era successo cinque anni prima e ora che il passato tornava per ferirla lei, come sempre, l’aveva ricacciato nel profondo, per non essere coinvolta. Continuò a camminare verso la sua meta e arrivò alla cima del promontorio, a picco sulla falesia, solo un muretto basso proteggeva la via dal baratro: guardava il paesaggio magico, d’altri tempi, che incantava. Si sedette sul muretto, tirò fuori cavalletto e macchina fotografica, li posò sulle pietre e cominciò a studiare la luce e le inquadrature, completamente persa in ciò che stava facendo.

All’ombra nel vicolo, appiattita contro il muro, Laura guardava la nuova arrivata lottando con le tremende emozioni che la travolgevano. Nella luce dei lampioni e della luna Claudia le appariva più bella di come in realtà fosse, soprattutto sana, serena e tranquilla, mentre lei non era più così da cinque anni, dal giorno dell’incidente. Claudia stava a cavalcioni sul muretto: Laura in un lampo attraversò la stradetta, la spinse con violenza e poi si dileguò nell’ombra, sparendo.

Tutto volava, il cavalletto, la macchina fotografica e anche Claudia, ridotta a un solo urlo spaventoso e lunghissimo, fino al tonfo finale sulle rocce.
Le porte delle casette si aprirono, gli abitanti videro la borsa sul muretto e qualcuno di loro si precipitò lungo la discesa verso la riva dell’oceano, dove trovarono il corpo maciullato sulla scogliera, mentre i poliziotti arrivavano a sirena spiegata.

Un paesaggio idillico per un crimine (isole Azzorre)
L’indagine fu molto breve: in quell’estate affollata di turisti, nelle isole Azzorre nessuno aveva il desiderio di avere tra le mani un fattaccio che diffondesse panico tra i vacanzieri. Il giorno dopo il capo della polizia incaricò l’ispettore Lopes di interrogare i compagni di viaggio di Claudia e di effettuare rilievi sul luogo della morte. Nel gruppo nessuno si era accorto di nulla di sospetto, tranne una ragazza, Lucia.
«Ieri sera, al ristorante, ho visto entrare una donna che zoppicava, una bionda, con i capelli lunghi, una pettinatura che nascondeva metà del volto: quando ha visto Claudia le ha lanciato uno sguardo terribile, è rimasta immobile un attimo poi è andata via, senza dire una parola. Ho guardato Claudia che era turbata, forse si conoscevano, ma subito si è messa a parlare di ciò che aveva visto in mare la mattina, come se nulla fosse successo. Nient’altro: è finito tutto in pochi secondi.»
Sul luogo del delitto era rimasta la borsa con le attrezzature fotografiche che non erano volate via: sulla strada era passata troppa gente per poter trovare qualche indizio interessante.
Una settimana dopo Miguel Lopes, che pur aveva fatto ben poco, fu indotto a chiudere l’indagine come incidente, e la stampa locale riportò solo un trafiletto di dieci righe in cui si diceva che una turista italiana era caduta da un muretto a Calheta, nell’isola di São Jorge mentre stava facendo fotografie notturne. L’ispettore rimase in dubbio sull’indizio riportato da Lucia: secondo lui quello sguardo pietrificato che le due donne si erano scambiate aveva un valore importante per l’indagine, ma per ordine del superiore archiviò il caso e se ne dimenticò.

Laura aveva camminato a lungo, trascinando la sua gamba rovinata, barcollando un po’, in preda a una sensazione di disorientamento: le sembrava di vedere le cose attraverso una lente deformante, sentiva un forte dolore al cuore, ma non era pentita o angosciata per quello che aveva fatto, piuttosto era la rabbia che l’aveva invasa a premere come un corpo estraneo dentro di lei, facendole male, soffocandola. Rabbia e anche paura; paura di se stessa, di quella cosa violenta che l’aveva dominata completamente.

A un certo punto si ripiegò in preda a forti conati di vomito, forse il suo corpo voleva liberarsi di quella pressione interna, stramazzò a terra e rimase lì a lungo, poi si addormentò di colpo. Si risvegliò con le prime luci dell’alba, con una nuova, feroce lucidità: avrebbe pareggiato i conti, avrebbero pagato tutti.

“Sinfonia nera in quattro tempi” di Tiziana Viganò 
2016, Youcanprint, codice ISBN 9 788892 616998
Ora in ebook: offerta lancio per tutto novembre € 3,99 (invece di € 4,99)  

lunedì 30 ottobre 2017

“La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. Recensione di Tiziana Viganò

Quando l'orrore diventa spettacolo: una piccola comunità, in una sperduta valle, nasconde segreti forse inconfessabili

già pubblicato su

Con “La ragazza nella nebbia”, edito da Longanesi, Donato Carrisi cambia tonalità di scrittura: colori, suoni e parole sono meno cupi di altri suoi libri, il ritmo è meno concitato, c’è l’atmosfera di apparente normalità in un paesino di montagna interrotta dalla scomparsa di una ragazzina di sedici anni. Forse è solo la fuga da casa di un’adolescente? Non c’è il corpus delicti a provare un fatto orrendo, c’è solo una piccola comunità in una sperduta valle, che nasconde segreti forse inconfessabili.
I network televisivi organizzano subito la spettacolarizzazione dell’orrore, buttano alla ribalta gli abitanti del paesino, cercano il mostro, che diventa ancor più mostruoso perché la ragazzina è una come tante, senza macchia, pulita e innocente, neppure bella. Tutti cercano la celebrità, non diversamente dal poliziotto che conduce le indagini e dalla giornalista d’assalto: il fascino della notorietà è irresistibile, fa sentire, speciali, si vorrebbe prolungarlo all’infinito.

Mentre i “turisti dell’orrore” arrivano per sentire l’odore della sofferenza altrui, ma anche per rimpolpare le finanze del paese, l’evento mediatico diventa il vero protagonista: Anna Lou, la ragazzina scomparsa, rimane sullo sfondo, è un pretesto.
Se le statistiche dicono che ogni sette secondi avviene un crimine, solo pochissimi riescono a catturare l’attenzione dei media, ma quei pochi diventano occasione per invitare a infinite discussioni nei talk show esperti, presunti esperti, opinionisti, star dello spettacolo per mesi se non per anni, con un indotto di denaro, di audience e di pubblicità infinito. Come tutti possiamo verificare facendo zapping col telecomando, anche se cerchiamo di sottrarci all’ossessione qualcosa riesce sempre a raggiungerci.
Il poliziotto incaricato delle indagini, Vogel, è un maestro nel manovrare i media per i suoi fini.
Lo show viene dato in pasto a un pubblico famelico che ha bisogno di colpi di scena e di novità sempre fresche: il crimine si trasforma in business. La giustizia e la verità non  interessano più, l’importante è catturare un colpevole, per sentirci sicuri, per proiettare su un essere che pensiamo non umano, diverso da noi, perché capace di commettere cose orribili, quelle che in noi stessi non possiamo riconoscere.
È la zona oscura, l’Ombra junghiana che c’è dentro ogni essere umano, quello che ci fa paura e che proiettiamo sul mostro  – che di solito è un individuo banalissimo -. L’eroe criminale è quindi il simbolo di un’aggressività violenta che non ci appartiene più, ma che ci attrae inesorabilmente, perché il Bene è così poco interessante, « è il cattivo che rende la mediocrità più accettabile, è lui che fa la storia » e noi abbiamo bisogno di sentirci sempre migliori di qualcun altro.

Donato Carrisi come sempre indaga e approfondisce il tema del Male, con la maiuscola: la sua scrittura scarna ed essenziale conduce il lettore nei meandri della psiche criminale accompagnandolo con la sua grande competenza (è laureato in giurisprudenza, specializzato in criminologia e scienza del comportamento) .

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lunedì 25 settembre 2017

Intervista di Tiziana Viganò a Giancarlo Bosini

Intervista di Tiziana Viganò a Giancarlo Bosini, autore di "Giallo Milano","I disperati casi dell'ispettore Tombini" e di "Orazio & Company"

vedi recenzione di "Giallo Milano" su

1.     Sei milanese e sei architetto: la prima cosa che salta all’occhio leggendo “Giallo Milano” è la tua competenza in materia … Raccontaci di te …
Ho sempre avuto, fin da ragazzino, un grande interesse per l’arte e soprattutto per la pittura, alla quale mi sono dedicato per alcuni anni. Terminate le scuole superiori mi sono iscritto al Politecnico di Milano dove, appunto, mi sono laureato in architettura. Pur occupandomi di ingegneria civile, l’interesse per l’arte non è però mai scemato, anzi, probabilmente si è anche rafforzato.

2.     Dove trovi l’ispirazione per i tuoi libri? Come ti organizzi per scrivere? Sei metodico, ordinato o il contrario?
Nei miei primi libri ad ispirarmi sono stati episodi legati alla mia vita quotidiana e al mio lavoro, in Giallo Milano le cose sono invece andate diversamente. Avevo dei temi di cui volevo parlare ed attorno a loro ho costruito una storia. Come mi organizzo: Una volta che ho in mente cosa scrivere, preferisco iniziare con carta e penna. Chiaramente, avendo anche il mio lavoro da portare avanti, il tempo che dedico alla scrittura è quello delle ore tardo serali. Più o meno riesco a scrivere tre o quattro pagine al giorno. Prima di andare a dormire ricopio nel PC quello che sono riuscito a fare. Per la revisione finale faccio una stampa dell’intero testo e a mano apporto le modifiche che reputo necessarie, poi correggo il file e ristampo. Ripeto questa operazione fino a che, secondo me, si può ritenere concluso il romanzo. Normalmente per scrivere un libro impiego circa un anno. Quando scrivo cerco di essere sia metodico che ordinato, ma c’è sempre l’imprevisto in agguato, così l’ordine va a pallino e il piano di lavoro che mi ero prefissato pure.

lunedì 28 agosto 2017

"Tu, l'invisibile": racconto di Tiziana Viganò

particolare del dipinto "Gli amanti" di R: Magritte

L'indifferenza è la peggiore malattia dell'uomo contemporaneo: l'uccisione del ragazzo di Barcellona nella discoteca, davanti a una cerchia di compagni indifferenti, mi ha ispirato questo racconto


Hanno il volto fasciato da un velo bianco, sottile, eppure abbastanza spesso da essere una barriera: i fili sono così battuti da non lasciare passare nulla se non ombre pallide e poco definite, anche se qualcosa, volendo, potrebbe apparire…Ma no, se anche distinguessero qualcosa però, non ne vedrebbero i colori, le forme, i particolari.
Hanno una strana forma di cecità questi esseri un po’ informi e forse alieni, quella di chi vede senza vedere, c’è qualcosa davanti alle immagini, qualcosa di grigio come una macula, ma non è patologica. L’occhio non vede, non vede che ombre, talmente concentrato in se stesso che non può deviare all’esterno: subito una forza interiore lo riporta al punto di fuoco.

Questo loro volto fasciato come quello di una mummia antichissima, che cela muscoli atrofici, incapaci di muoversi normalmente, tesi sulle ossa. Hanno una mimica ridotta, la faccia, così celata, non esprime sentimenti ed emozioni: sono fermi, immutabili perché solo le emozioni gonfiano e sgonfiano, riempiono di sangue quelle cellule, ammassi di fibre parallele che si chiamano muscoli. Il sangue è vita… Il loro velo bianco candido li protegge da qualunque orrore, permette di accettare qualunque cosa, non c’è empatia in loro, non c’è comprensione o condivisione, ma una paura di cui non riconoscono neppure la profondità.
Sono alieni tra noi.
Esseri non umani, che non riconoscono altro se non se stessi: ma esistono altri esseri là fuori…
Sono alieni tra noi.

Non ti accorgi di quelle strane teste fasciate: eppure girano per la città, sono qui, e sono numerosi, un popolo. Esistono anche per chi non ne ha consapevolezza: perché quando tu entri in rapporto con loro provi sempre una frustrazione, una sottile incazzatura. Quando tu parli e loro non ti ascoltano, quando racconti qualcosa d’importante e loro guardano in giro, oppure leggono il display del cellulare o qualunque altra cosa che non sia tu, fanno fatica a guardarti negli occhi, tu, l’invisibile.
Prova a raccontargli qualcosa di gravissimo che ti è capitato: loro interrompono il discorso dicendo qualcosa che non ha nessuna attinenza, che segue un filo che c’è solo nella loro testa, che gliene importa di quello che ti capita? Possibile che tu non lo capisca? Ti ostini a farti notare da qualcuno che non ha nessun interesse per te?

Un mondo distopico li circonda, si muovono tra la gente come stranieri in un altro mondo: gli altri parlano con loro, li vedono, li ascoltano, ma l’interazione è come uno spettacolo teatrale, dove la finzione domina, dove tutto può essere quello che è, o non è.
Non si vede il velo bianco sul volto, ma esiste.

Gli indifferenti girano tra noi difesi da una barriera sottile che li isola dal mondo esterno: non sentono con le orecchie, non vedono con gli occhi, non sentono con il corpo… Cosa ha subito il loro corpo? Che trauma ha segnato la loro vita per renderli così impermeabili? Che maschera si pongono sulla faccia tutti i giorni, l’alternativa al velo, per rendersi impassibili?
Una maschera che sarebbe tragica se non fosse così priva di vita,  vivo e morto, il ghigno è deviato, storto, come un sorriso che ha ricevuto uno schiaffo. Fisso sul volto. Non si scalda alla luce del sorriso vero. Disperatamente ossessivamente allucinatamente. Il sangue non circola nelle vene, è denso e compatto, quando non ormai disseccato. Il pensiero di sé passa di memoria in memoria senza scalfire la patina superficiale.

Il mondo passa là, fuori dal velo, oltre la maschera: passano lacrime e sangue ma l’indifferente è fermo in questa finta finta finta beatitudine che è rinuncia a sentire, a partecipare, a condividere. Sembra già morto, la sua carne in un processo lentissimo e quasi impercettibile si sta mummificando, senza neppure passar per la putrefazione.
E’ un niente, una nullità, come si può interagire, comunicare, combattere, litigare con un Niente?

Sembra sereno, la difesa è dagli insulti della vita è a oltranza, gli orrori del mondo sono evitati: che cosa importa, se riesce a non esserene sfiorato, anzi, non vuole neppure saperne l’esistenza?
Nega, si dissocia, fa un sorriso superiore, è così lontano che non rischia di essere contaminato dal mondo che gira impazzito.
Perché sapere? Perché vedere? Perché aprire le orecchie? Servono davvero le orecchie? fa un passo indietro, due dieci…senza scalmanarsi, quello no, è sua cura mantenere una distanza di sicurezza per non essere toccato, o coinvolto. Volta la testa, perché è meglio non guardare.

Gli orrori della storia e dell’oggi: meglio negarli, l’indifferente non li vede quando sono in atto, non li riconosce quando sono passati, volta la testa, chiude gli occhi. La negazione è l’unica difesa, la rimozione se qualcosa l’ha colpito: l’importante è non vedere, udire, sentire…

Girano nel mondo gli indifferenti, sono tanti, sempre di più, ma non credere, ci sono sempre stati: hanno voltato la testa davanti alle più atroci azioni dell’uomo, incapaci di prendere posizione, di combattere, di morire, per qualcuno o qualcosa. Hanno lasciato morire gli altri, ma non si sono sporcati. E hanno dimenticato velocemente.

Chi li ha ridotti così? chi ha pietrificato il loro sentire? sono morti morti morti, non hanno nessun significato vitale. Come si può fronteggiare qualcuno che non ha vita? Che non prova emozioni e tantomeno passioni, non s’interessa di niente, non prova rabbia o disperazione, odio o amore, che vive all’interno di Sé come in una bolla?

Getta la spugna, credimi, ogni azione è inutile contro questo muraglia invisibile che è solo un grande vuoto, un grande Nulla.




sabato 5 agosto 2017

"Acque dolci, acque salate": racconto di Giampy Calibano per Il Vizio di scrivere


sull'argomento "Acque dolci, acque salate" Giampy Calibano ha scritto questo bellissimo racconto sui salmoni - Biblioteca di Rescaldina, 11 giugno 2017

Billo nuotava tra quei vortici che si increspavano freddi, rompendosi in schiuma biancastra negli scontri tra le rocce. Erano giorni che risaliva la corrente. Aveva lasciato il mare al largo delle isole Faroe dove era cresciuto insieme ai fratelli. Era grande adesso. Si sentiva pronto, era tempo di tornare al suo fiume: il Leven.
Il suo nuotare sembrava una danza. Le pinne all’unisono con il corpo ondeggiante spingevano con forza lottando contro i flutti. L’energia accumulata nel periodo trascorso in mare andava mano a mano scemando.
Ma i fratelli correvano per risalire il Leven e lui li seguiva, spiando con occhio vigile le sporgenze appuntite che come trappole si trovavano lungo il percorso.
Goran era il capo branco e guidava il gruppo. La sua forza era immensa e ogni tanto incitava gli altri, mancava poco al traguardo.
Superate le ripide del Coen erano tornati a casa.

mercoledì 2 agosto 2017

"In fondo al tuo cuore" di Maurizio De Giovanni: recensione di Tiziana Viganò

già pubblicata su
http://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2017/04/libri-in-fondo-al-tuo-cuore-di-maurizio.html

«Cade il professore.
Cade, e mentre cade allarga le braccia, come se volesse cingere la rovente notte d’estate che lo accoglie…»

Cade e in un ultimo alito di vita sogna, pensa, ama. Un volto, un’emozione rimangono fissati per sempre sul suo viso sfracellato, come un sorriso d’eternità.
Cade il professore e l’incipit è un capolavoro.

Amore, tormento ed estasi, vita e morte…un grande affresco, una scenografia puntuale della Napoli anni Trenta dove emergono luci che non illuminano e ombre nere, in attesa della festa della Madonna del Carmine. I personaggi si muovono con i corpi bagnati nella calura opprimente: tutti a ben vedere sono accomunati da grovigli del cuore dove la morte dell’anima è in agguato. Troppe passioni roventi agitano i cuori in attesa che un refolo di aria alleggerisca dolore gelosia desiderio ipocrisia rimpianto odio e  vendetta. Popolani vestiti di stracci, artigiani che stentano a mettere insieme il pranzo con la cena, sciuscià, dolente o spensierata umanità; professionisti, ricchi sfaccendati e bon vivant vestiti elegantemente che sembrano appena sfiorare quella Napoli che riesce, sempre e comunque, a cantare le sue canzoni.

Anche le indagini sulla morte del medico illustre procedono lente nella melassa appiccicosa dell’aria: il commissario Ricciardi condivide le passioni degli altri, si macera in dubbi d’amore e in ferite passate mentre il suo brigadiere Maione rischia di distruggere la famiglia per la sua gelosia inconsulta. Il sottotitolo “Inferno per il commissario Ricciardi” descrive bene, nella prima parola, il momento difficilissimo che il protagonista sta attraversando, con la malattia e la perdita incombente della donna che gli ha fatto da madre.
Ricciardi come investigatore ha una carta vincente: è capace di avere la visione degli ultimi attimi di vita di una vittima, un Fatto doloroso per lui ma illuminante per le indagini. C’è il morto eccellente, un delitto da risolvere, eppure non è questo il centro del romanzo, che corre su più piani narrativi: è un bellissimo giallo, ma non solo, scritto con una grande maestria di narratore elegante e raffinato, che si insinua profondamente nella psicologia dei personaggi, che ha una capacità di descrivere fin nel più piccolo particolare un ambiente in cui il lettore si può calare facilmente.
Sono proprio i personaggi e le loro passioni i protagonisti, quello che hanno “in fondo al cuore”, un fuoco che sembra uscire come lava dalla bocca del vulcano che domina la città......

......continua a leggere su
http://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2017/04/libri-in-fondo-al-tuo-cuore-di-maurizio.html


“In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni, 2014 Einaudi.
https://www.amazon.it/fondo-tuo-cuore-commissario-Ricciardi-ebook/dp/B00LF0M7GY/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1490688273&sr=1-1&keywords=in+fondo+al+tuo+cuore+maurizio+di+giovanni

sabato 15 luglio 2017

intervista di Ilaria Grasso per "L'onda lunga del Titanic"

intervista di Ilaria Grasso per "Liberi Libri e non solo

Ciao Tiziana, ben trovata sul mio Blog Liberi Libri e non solo: come mai la scelta di scrivere un libro sul Titanic, ovvero, “L'onda lunga del Titanic”?

Ciao Ilaria, grazie per l’intervista! Come sai ho scritto due libri di argomento femminile,“Come le donne”, dodici racconti, storie vere di donne che hanno trovato grandi difficoltà nella vita ma hanno saputo combatterle e vincere; il secondo,“Sinfonia nera in quattro tempi” sotto la veste del romanzo giallo parlo di coppie malate che finiscono in omicidio e femminicidio.
Volevo concludere la trilogia con un libro sulla bellezza dell’amore, quello positivo che va oltre la morte - dopo molte storie di coppie male assortite ci voleva proprio! -  mettendo a confronto una storia attuale con una del passato. Di qui la scelta di narrare la vicenda di due ragazzi irlandesi, veramente esistiti, che si imbarcarono sul Titanic per cercare una nuova vita in America. Giulietta e Romeo di cent’anni fa.

giovedì 6 luglio 2017

"L'onda lunga del Titanic" di Tiziana Viganò, recensione di Silvia Pattarini

già pubblicato su

L'onda lunga del Titanic, di Tiziana Viganò, Macchione Editore, 2017. Il diario di Mary Mullin, una donna irlandese innamorata a bordo del Titanic, obbligherà Clara, cent'anni dopo, ad ascoltare il cuore.

Due storie d’amore, due donne, due vite molto diverse. Clara, una donna in carriera ai giorni nostri, Mary Mullin, una ragazza irlandese di oltre cento anni fa.
L’autrice Tiziana Viganò è riuscita a fondere le loro vite così diverse e lontane, in un intreccio magico attraverso le pagine di un vecchio diario, gelosamente custodito dalla nonna di Clara.
La Viganò, ricorrendo a dei flashback, fa rivivere il destino di Mary e del suo amato Denis, con dovizia di dettagli storici e particolari degni di nota. Un linguaggio scorrevole e delicato che tiene il lettore incollato alle pagine e lo trasporta in un’atmosfera lontana, all’epoca dei viaggi della speranza, dei sogni, del miraggio di un futuro migliore in una terra lontana. Il lettore si ritrova catapultato a bordo del leggendario Titanic, "l’inaffondabile", tra gli sfarzi, i fasti e i gioielli delle lussuose cabine di prima classe, ma anche nella semplicità, nella quotidianità, nelle danze dei passeggeri della terza classe.
Il sogno d’amore di Mary e Denis affonderà tragicamente col transatlantico: a Mary toccherà una difficile scelta che non intendo anticipare, per non togliere al lettore il gusto di scoprire la sua storia (ricordo che Mary e Denis furono realmente passeggeri del Titanic, l’autrice riporta persino il numero del loro biglietto d’imbarco) attraverso la lettura di questo bellissimo romanzo. L’autrice si è avvalsa della consulenza storica dello scrittore Claudio Bossi, considerato tra i più qualificati esperti internazionali della storia del Titanic e che da anni si occupa di ricostruire la vicenda del leggendario transatlantico.

venerdì 30 giugno 2017

"La principessa" racconto di Marina Fichera per "Il vizio di scrivere"

Biblioteca di Rescaldina - 11 giugno 2017 - sull'argomento "La principessa" Marina Fichera ha scritto questo divertente racconto 
 
Un caldissimo pomeriggio di fine giugno. Piazza Duca d’Aosta piena  di strana gente. Palloncini colorati, striscioni e bandiere arcobaleno, petti nudi, tatuaggi, lustrini e famiglie con bambini in  passeggino. Tutti mischiati a marciare e sudare insieme.
Peppino Franza aveva il cervello che gli ribolliva sotto il cappello da vigile urbano. Lui non era più attivo sulle strade da anni, da quando si era rotto un malleolo in servizio e non riusciva più a stare molto tempo in piedi. Quel sabato però era prevista un’enorme manifestazione a Milano, e le nuove norme di sicurezza anti terrorismo avevano richiesto un intervento massiccio di polizia locale, carabinieri e finti poliziotti in salopette di pelle nera.
Peppino, calabrese di un piccolo paese nell’entroterra crotonese, si era trasferito da adolescente con i genitori a Cologno Monzese, a quattro poveri passi da Milano. Lì si era diplomato e in seguito era entrato, quasi 38 anni prima, nel corpo dei vigili urbani. Era diventato un vero ghisa, anche se in fondo non si era mai sentito milanese, anche se i colleghi lo avevano preso in giro per anni.