domenica 15 luglio 2018

“Così crudele è la fine” di Mirko Zilahy. Recensione di Tiziana Viganò


Un thriller sapiente che sa incollare il lettore a ogni pagina con la suspence dell’indagine, ma che lo fa nello stesso tempo riflettere sulle violenze che creano vittime e mostri, spesso molto vicini, spesso tra la gente insospettabile, così apparentemente “normale”.....

 recensione di Tiziana Viganò

Dopo il brillante esordio di È così che si uccide” (2016) e il seguito “La forma del buio” (2017), Mirko Zylahy chiude la trilogia edita da Longanesi con il nuovo “Così crudele è la fine” uscito nel maggio 2018.


Sono in continuo crescendo le abilità letterarie dello scrittore: le passioni oscure che lo travolgevano e spingevano a scrivere il primo romanzo sono equilibrate, così da giungere a una piena maturità di contenuti e di espressione, alla capacità di portare la tensione del thriller a un livello altissimo, di usare le parole giuste per suscitare l’intera gamma delle emozioni forti, di descrivere ambienti nei minimi particolari macabri e cupi che facciano da adeguata scenografia ai delitti.

Roma, o meglio l’altra faccia di Roma, anche in questo libro fa da sfondo alle vicende

“una città simbolica, psicologica e in un certo senso metafisica che, come i personaggi di questo romanzo, si specchia nel riflesso della propria storia in cerca di un’identità sempre fluttuante e inafferrabile”.

Il Teatro di Marcello e l’antico tempio della musica di Apollo Sosiano sono la scenografia per la morte di un famoso pianista jazz; il “Campo scellerato”, tomba ipogea per le vergini di Vesta che hanno tradito il giuramento di illibatezza, punizione per una donna, assistente sociale; un senzatetto ex giudice sepolto nella discarica di Malagrotta e sopravvissuto; la domus patrizia che ha nome Città dell’Acqua, dove una “tomba di neve” attende  il questore.

“ Fra gli strati di pietra e i livelli, la città respira, si muove, arranca come una vecchiaccia dalle ossa fradice e indolenzite. Là sotto il moto della storia, la memoria del marmo e delle rocce. Viscere di strade, cunicoli e pareti sopravvivono nell’oscuro silenzio millenario. Sopra la scorza coriacea, Roma occulta segreti e misteri e non c’è sasso, rovina o monumento, splendido e fastoso, che non abbia ricevuto il battesimo del sangue. Tutti custodiscono un’anima sudicia di morte: arene, obelischi e fontane.”

Gli ambienti entrano nella mente dei personaggi, e viceversa: Roma è la città dove il buio fa da padrone, nei suoi luoghi archeologici sotterranei che portano ancora i segni e la sofferenza immensa di antichi rituali millenari.

Esplode solo la luce abbagliante del dolore parossistico delle vittime, condannate da una mano crudele e folle a morti terribili. Gli stessi investigatori faticano a provare il distacco professionale necessario a chi lavora sempre a contatto con vite spezzate dalla violenza e con l’inferno interiore degli assassini, frutto di traumi, atroci violenze subite, negazioni dell’identità, isolamento...in un buio d’anima che si ripete, si tramanda, nella spirale di un incubo infinito.  
Personaggi molto umani nelle loro fragilità, che sentiamo vicini e reali.

“Non serve sperare che il nostro lavoro smetta di essere un fatto personale. Occorre arricchire la propria vita personale”.

Chi c’è dietro quegli omicidi seriali? Quale orrendo dolore ha portato l’assassino a perdere la ragione e commettere i delitti? Quale filo di morte lega le vittime al serial killer?
Trofei di carne e scavi archeologici guidano il famoso profiler italiano, specializzato a Quantico, il commissario Enrico Mancini, ormai avviato alla guarigione dalle sue ferite psichiche e aperto al nuovo, ai sentimenti e al lavoro: forse non ha perso del tutto la sua capacità intuitiva di leggere la scena del crimine e immaginarsi il fatto, una visione che lo conduce a risolvere i casi più intricati.

Un thriller sapiente che sa incollare il lettore a ogni pagina con la suspence dell’indagine, ma che lo fa nello stesso tempo riflettere sulle violenze che creano vittime e mostri, spesso molto vicini, spesso tra la gente insospettabile, così apparentemente “normale”.....

 Al Museo Sutermeister - Corso Garibaldi 225 a Legnano, si chiuderà Lunedì 16 luglio alle ore 21,00 la rassegna "Scrittori in mostra - Summer edition 2018" con Mirko Zilahy e il suo "Così crudele è la fine", thriller tesissimo che racconta le indagini del commissario Mancini su un serial killer che lascia le sue vittime negli scavi archeologici di una Roma mai così cupa. E dove presentarlo se non in un museo archeologico, di notte, con le candele?

per la recensione di Tiziana Viganò a “ È così che si uccide” leggere su

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi e interventi su scrittori italiani contemporanei. È traduttore letterario dall’inglese, editor e consulente editoriale. Il suo romanzo d'esordio E' Così Che Si Uccide, primo di una trilogia, è uscito nel gennaio 2016 in Italia, ed è stato pubblicato in Germania, Spagna, Olanda, Francia, Repubblica Ceca, Turchia, Grecia. Ad aprile 2017 è stato pubblicato da Longanesi il seguito La Forma del Buio. L'ultimo capito della trilogia dell'autore Così Crudele è la Fine è uscito per Longanesi nel maggio 2018.

mercoledì 11 luglio 2018

Cronologia degli Anni Sessanta, prima parte: da "Noi e il Sessantotto" antologia di AA.VV. a cura di Tiziana Viganò


"RetroactiveII" serigrafia (1964) di Robert Rauschenberg
Il libro "Noi e il Sessantotto" si chiude con una cronologia che va dai primi anni Sessanta alla fine dei Settanta. Per chi non conosce la storia di quegli anni e per chi li ha vissuti in prima persona. Per capire, per valutare meglio i fatti accaduti


Cronologia di Tiziana Viganò (prima parte)©

Anni Sessanta
Si affermano scuole di pensiero filosofico e politico critiche verso la società capitalista: Herbert Marcuse è uno dei pensatori che influenza i movimenti giovanili. Cominciano a diffondersi  il movimento per l’emancipazione della donna e il femminismo, l’opposizione alla discriminazione di genere e di scelta sessuale. 
Le ideologie di quegli anni investono tutti i campi dell'arte, pittura cinema letteratura musica. La pop art si afferma con Claes Oldenburg, Andy Warhol,  Robert Rauschenberg e Roy Lichtenstein; altre correnti sono la minimal art e l’arte concettuale.
Nel cinema emergono Jean Luc Godard e Michelangelo Antonioni, la nouvelle vague e il new american cinema di Woody Allen, Denis Hopper, Peter Bogdanovich.
La musica interpreta il senso di inquietudine, di protesta e di ribellismo dell'epoca: per citarne solo alcuni i Pink Floyd, i Rolling Stones, i Doors, Bill Haley, Jimi Hendrix, i Beatles ed Elvis Presley. I principali interpreti del pacifismo e della solidarietà tra i  popoli sono Joan Baez, John Lennon e Bob Dylan, autore dell’inno “Blowin’ in the Wind”.
Il movimento giovanile si sviluppa con la beat generation sin dagli anni Cinquanta: in letteratura grandi ispiratori furono Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs. Negli anni Sessanta questo ispirerà gli hippy, pacifisti, anarchici, ecologisti, libertari, consumatori di droga, che saranno chiamati anche figli dei fiori, per il loro ideale di non-violenza «Fate l'amore, non la guerra».
Si muove l’opposizione all’imperialismo e il sostegno alle lotte di liberazione dei popoli ex coloniali (indipendenza dei paesi africani) e del Vietnam, in lotta già dagli anni Cinquanta.
Il 13 agosto 1961 comincia la costruzione del “muro di Berlino”. Sono gli anni della guerra fredda e della corsa agli armamenti da parte di USA e URSS .
In Italia si passa dal governo Tambroni (1960) con la DC alleata a MSI e monarchici (lotte sindacali con morti a Reggio Emilia, Catania, Palermo) al primo governo di centrosinistra (1962): Aldo Moro porta la maggioranza della DC all'apertura al PSI di Pietro Nenni.
John Fitzgerald Kennedy, eletto presidente degli Stati Uniti nel 1961, promuove la “nuova frontiera”. Nell’ottobre 1963 crisi dei missili a Cuba. Kennedy sarà assassinato a Dallas il 22 novembre 1963 da Lee Harvey Oswald. Diventa presidente Lyndon B. Johnson.
"Free speech": la rivolta a Berkeley (1964)
La rivolta dell’università di Berkeley (San Francisco, California) del settembre 1964 dà il via alle prime grandi contestazioni studentesche. Dal rifiuto delle autorità del campus per attività sociali e politiche in università la protesta esplode, non solo per rivendicare miglioramenti della vita e dello studio, ma anche per i diritti civili e la pace.
Yuri Gagarin, un astronauta russo, è il primo uomo lanciato nello spazio (1961)

1965

Continuano le lotte per l’uguaglianza degli afroamericani con le Black Panther  (che sostenevano la rivoluzione nera, il marxismo e la lotta di classe) i cui leader sono Angela Davis e Malcom X che verrà assassinato il 14 febbraio.
Escalation nella guerra del Vietnam: il coinvolgimento USA nel conflitto diventa diretto e massiccio con gli sbarchi dei marines, dell’esercito e dell’aviazione.


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"Noi e il Sessantotto"
di AA.VV. a cura di Tiziana Viganò
Macchione editore
maggio 2018


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sabato 30 giugno 2018

"Noi e il Sessantotto", storie di vita quotidiana. recensione di Giancarlo Bosini

Un fotogramma del film "Zabriskie point"
di Michelangelo Antonioni

recensione di Giancarlo Bosini


Il Sessantotto non è stato solo un anno, è stato un grande movimento di portata planetaria, un movimento “unico” che ha introdotto cambiamenti senza precedenti e che, molto lentamente, ha esaurito le sue potenzialità  nel decennio successivo, sovrapposto, fino ai primi anni Ottanta, dalla strategia della tensione e dalle stragi, anche quelle "di Stato".
Questa antologia non vuole essere un saggio su quell’epopea, ma un insieme di storie di vita quotidiana di persone che quel periodo l’hanno vissuto da vicino, anche in modi assai differenti.
Ricordi, sì, ma fondamentalmente privi di rimpianti o nostalgia, di come quell’epoca sia stata vissuta a livello personale; quindi, non la Grande Storia, ma le piccole storie che ne hanno costituito la base nel quotidiano. Storie di gente comune che ci racconta come, nella propria sfera individuale, ha sentito e vissuto il “Sessantotto”.

Ricordi che ci raccontano come quegli anni abbiano influito profondamente sulla vita di oggi. Tanti sono gli aspetti del ‘68 che emergono da queste pagine. 

Accenno qui solo quelli più intimi, come il voler portare la propria soggettività all’interno di una dimensione pubblica e politica; la diversa percezione del proprio corpo, tema che ha toccato in particolar modo le donne, fino ad allora relegate ai margini della vita sociale; quello che oggi può sembrare normale, come truccarsi o mettersi i pantaloni, allora era tabù, così come il sesso o i legami extramatrimoniali. L’aborto era reato, c’era il carcere.

Il mondo di quegli anni, che qui troviamo descritto, ci fa conoscere o ci riporta alla mente come la vita scorresse all’interno del quadro familiare, scolastico e universitario, con l’incomprensione dei genitori e una istruzione dai contenuti oramai obsoleti. Ma ci racconta anche delle fabbriche, di come divennero fucine di idee che hanno lasciato il segno fino ai giorni nostri. 
Tanti i cambiamenti che hanno modificato la società in ogni suo aspetto.

Riemergono immagini di vita oramai dimenticate. Il telefono che allora era ancora cosa rara trovare nelle abitazioni degli Italiani, come pure la TV, che il più delle volte veniva guardata nei bar. E poi c’era il ciclostile, l’antenato della più moderna fotocopiatrice, di cui forse oggi si è perso il ricordo. Eppure il ciclostile, con i suoi volantini che sporcavano le mani di nero, è stato il più importante strumento mediatico per diffondere nuove idee e proposte; insomma, uno strumento per comunicare, comunicare con tutti.

alcuni autori dell'antologia alla presentazione
a Milano, libreria Il covo della ladra
Quale può essere il messaggio di questa antologia?
Il Sessantotto fu il contenitore del disagio di un’intera generazione, un movimento che va al di là dell’identità personale, per scoprire un’identità sociale collettiva. Il senso di appartenenza alla stessa comunità di pensiero ha prodotto momenti indimenticabili anche di crescita personale e legami profondi.
Oggi molte delle conquiste ottenute in quegli anni sono state fagocitate dal mondo dell’economia e del consumismo sfrenato, ma in questa antologia non emerge rassegnazione, emerge la speranza per un mondo migliore; un invito a non lasciarsi sovrastare dai fatti e a riprendere in mano la propria vita.
Un libro per chi vuole ricordare quegli anni straordinari, un libro che può far riflettere e, suo malgrado, insegnare qualche cosa ai giovani di oggi.

venerdì 29 giugno 2018

“Il punto di svista” di Dario Lessa. Recensione di Tiziana Viganò

 Un libro fuori dal comune, che si legge d’un fiato, non si vede l’ora di arrivare al finale sconcertante.“Il punto di svista” è il romanzo di un autore che sa scrivere per sorprendere. E non è da tutti.



Recensione di Tiziana Viganò

Fin dalle prime righe di “Il punto di svista”, il nuovo romanzo di Dario Lessa (Ananke Lab, 2018) si rimane ammirati e sorpresi, come davanti a uno spettacolo di fuochi d’artificio, dove l’artificiere è lo scrittore, maestro di penna e di pensiero, capace di trascinare il lettore in ogni riga tra colori e suoni, odori e sapori, esplosioni, battute, iperboli, metafore ardite e stravaganti, paradossi divertenti.

Uno stile veloce, che ben rispecchia la rapidità che il mondo d’oggi esige, parole semplici e immediate, uno stile dal parlato “grezzo” eppure studiato.

«Per questo scrivo. Scrivo per raccontare cercando sempre di andare più in là, oltre il racconto stesso. Uso le parole come un alchimista miscela i suoi ingredienti. Sono uno speziale della grammatica. Metto altre storie nelle storie, alcuni le decifrano altri no. Codici criptati alla luce del sole, frasi volatili di cera che si squagliano avvicinandosi al calore di Sirio.»

Il protagonista, Riccardo, per molti tratti alter ego di Dario Lessa, ama la vita e la ingoia ogni giorno, godendosi ogni momento: è ormai all’apice del successo, scrittore di fama internazionale, ma inciampa in un ostacolo imprevisto, un nemico sconosciuto che vuole ucciderlo. Alternando momenti di menefreghismo e di fuga ad altri di paura e di preoccupazione, il romanzo diventa un giallo, c’è un delitto annunciato, una spada di Damocle sulla testa del protagonista: simpatico perché un po’ ci riconosciamo, un po’ vorremmo essere come lui, un po’ invidiamo bonariamente il suo modo scanzonato di vivere e di ragionare.

martedì 19 giugno 2018

“Noi e il Sessantotto” antologia a cura di Tiziana Viganò (2018, Macchione Editore). Recensione di Tiziana Viganò.

Il Sessantotto è mito e simbolo: un modello che va preso con la giusta dose di senso critico e con la capacità di vederne lucidamente i limiti, ma che rappresenta ideali intramontabili per l’essere umano e per la società.



recensione di Tiziana Viganò
già pubblicata su
https://www.sololibri.net/Noi-e-il-sessantotto-Vigano.html


Un mito. Tanto potente che nell’immaginario collettivo suscita emozioni contrastanti e opposte. Ha due facce come Giano, una in luce e una in ombra, una positiva e una negativa.
È anche simbolo importante di un desiderio di cambiamento che fu talmente intenso da coinvolgere e mettere in movimento un’intera generazione di giovani (almeno nei paesi occidentali e nel Nordamerica) con una passione totale e pervasiva, come raramente si è visto e come, sicuramente, non si è più visto da allora.
Uno di quei momenti della Storia che fanno da spartiacque tra un prima e un dopo completamente diverso.

Poi abbiamo assistito alla caduta verticale dei valori, degli ideali e della passione di portare avanti le proprie convinzioni: distrutti dalla violenza degli anni Settanta, dal consumismo sfrenato degli Ottanta, dal riflusso dei Novanta, dalla crisi dopo il Millennio. Le conquiste di allora non sono state portate avanti, anzi, sono state perfino rinnegate. Pensiamo all’articolo 18, alla categoria di insegnanti impreparati e demotivati, alla violenza sulle donne, al modo di relazionarsi sempre più individualista, dietro lo schermo informatico, esattamente il contrario del “fare gruppo” di allora.

venerdì 15 giugno 2018

“Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson. Recensione di Tiziana Viganò

Un presidente degli Stati Uniti eroico, anche a costo della propria fama e del potere: tutti ci auguriamo che l’uomo più potente del mondo sia così!

Un presidente degli Stati Uniti eroico, anche a costo della propria fama e del potere, forte e deciso con i delinquenti, comprensivo e benefico con i deboli: tutti ci auguriamo che l’uomo più potente del mondo sia abbia queste caratteristiche e questi valori, per la salvaguardia del suo paese e di tutti gli altri nel mondo.
Così “Il presidente è scomparso”, edito da Longanesi, thriller fantapolitico, scritto da mani espertissime nella politica presidenziale, l’ex presidente Bill Clinton e da uno scrittore di thriller best&long seller internazionali come James Patterson, ci porta direttamente nello Studio Ovale della Casa Bianca, e, ancora di più, dritto nel cuore e nella mente del presidente fittizio Jonathan Duncan.
Di tante cose possiamo criticare gli USA, ma la loro lotta perenne in difesa della democrazia e della libertà, nata con lo stesso sorgere di quel grande paese, addirittura con i pionieri, è indiscutibile. Semmai, troppo spesso, i modi di procedere secondo “il fine giustifica i mezzi” o “siamo noi i più forti” hanno dimostrato molte contraddizioni e cadute…e mi fermo qui.

Nel libro invece leggiamo una storia epica ma anche rassicurante: non solo gli USA ma il mondo globale sono in pericolo, come mai prima, per un pericolo che non viene dagli eserciti e neppure dalle bombe atomiche, è ben più grave e causerebbe una catastrofe planetaria senza precedenti. Quale può essere? Cosa può essere più devastante oggi di una guerra atomica?

sabato 2 giugno 2018

“Dei delitti e dei veleni” di Barbara Nittoli. Recensione di Tiziana Viganò


Due delitti, una storia famigliare complessa e dolorosa, rancore e odio mai conclusi, passioni forti trascinano il lettore nella vicenda che evolve pian piano...

recensione di Tiziana Viganò

Dei delitti e dei veleni è un romanzo che esce dagli schemi soliti del giallo poliziesco perché la narrazione corre su più piani: l’indagine vera e propria, caratterizzata dalla centralità della psicologia dei personaggi, si alterna con sei capitoli che narrano storie di personaggi del passato, legati a quelli attuali dal ricordo di vite passate….
Cinque i protagonisti che ruotano attorno all’ispettrice di polizia Caterina Levi, determinata e intuitiva nel lavoro quanto fragile ed insicura nella vita privata, infiltrata nel gruppo di pazienti della psicoterapeuta Arianna Fiore per seguire l’indagine su un traffico di droga. Caterina si trova con i compagni in una idilliaca locanda alpina per un fine settimana intensivo di terapia: ma un componente viene assassinato e l’ispettrice sarà quindi costretta a svelare la sua identità e a cominciare un’indagine per omicidio, affiancata dal medico legale Nicola Rinaldi.

Due delitti, una storia famigliare complessa e dolorosa, rancore e odio mai conclusi, passioni forti trascinano il lettore nella vicenda che evolve pian piano, alternando i momenti dell’iter investigativo con i problemi irrisolti dei protagonisti del gruppo di terapia. Questi si legano in modo misterioso alle vicende di personaggi storici, realmente esistiti: una sacerdotessa egizia, l'aiutante di Leonardo da Vinci, un guerriero samurai, una sciamana lakota, un gangster irlandese a New York e un chimico tedesco, che incarnano vite precedenti dei protagonisti. 

Una rivoluzione culturale: il Sessantotto. Articolo di Uliano Andolfi

IL Sessantotto è stato un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva dell’Italia e non solo che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale.

Chi ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensitàha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato.

articolo di Uliano Andolfi

Più che un anno solare, il Sessantotto è ormai diventato un periodo storico, un susseguirsi di eventi che va oltre le date e gli anni,è, di fatto, il nome di una rivoluzione che non essendo stata circoscritta ad un solo paese è impossibile identificare come le altre del passato. Quindi identifichiamolo pure come data, sapendo che data non fu. Fu l'anno più esplosivo del secondo dopoguerra: in tutto il mondo i giovani si rivoltarono contro le istituzioni, a partire dalle università. Una generazione entrò fragorosamente nella storia mentre la guerra del Vietnam giungeva a un punto di svolta, i carri armati sovietici soffocavano la Primavera di Praga, e negli Stati Uniti cadevano Malcom X, Martin Luther King e Robert Kennedy.
Il Sessantotto fu anche l’anno di Valle Giulia in Italia, del maggio francese, degli scontri alla Convenzione democratica di Chicago, delle Olimpiadi del Messico, bagnate dal sangue degli studenti uccisi a Piazza delle Tre Culture e segnate dalla protesta degli atleti neri, che sul podio alzavano il pugno guantato di nero. Continuiamo a chiederci anche noi che in un certo modo lo abbiamo vissuto, non potevamo non viverlo, anche per motivi generazionali, Dove-Come-Quando-Perché. Dove è iniziato, perché è scoppiato, quali caratteri ha avuto? 

mercoledì 23 maggio 2018

“Noi e il Sessantotto” antologia a cura di Tiziana Viganò (2018, Macchione Editore). Recensione di Tiziana Viganò.

recensione di Tiziana Viganò

già pubblicato su 
https://www.sololibri.net/Noi-e-il-sessantotto-Vigano.html

Il Sessantotto è mito e simbolo: un modello che va preso con la giusta dose di senso critico e con la capacità di vederne lucidamente i limiti, ma che rappresenta ideali intramontabili per l’essere umano e per la società.


Un mito. Tanto potente che nell’immaginario collettivo suscita emozioni contrastanti e opposte. Ha due facce come Giano, una in luce e una in ombra, una positiva e una negativa.
È anche simbolo importante di un desiderio di cambiamento che fu talmente intenso da coinvolgere e mettere in movimento un’intera generazione di giovani (almeno nei paesi occidentali e nel Nordamerica) con una passione totale e pervasiva, come raramente si è visto e come, sicuramente, non si è più visto da allora.
Uno di quei momenti della Storia che fanno da spartiacque tra un prima e un dopo completamente diverso.

Poi abbiamo assistito alla caduta verticale dei valori, degli ideali e della passione di portare avanti le proprie convinzioni: distrutti dalla violenza degli anni Settanta, dal consumismo sfrenato degli Ottanta,
dal riflusso dei Novanta, dalla crisi dopo il Millennio. Le conquiste di allora non sono state portate avanti, anzi, sono state perfino rinnegate. Pensiamo all’articolo 18, alla categoria di insegnanti impreparati e demotivati, alla violenza sulle donne, al modo di relazionarsi sempre più individualista, dietro lo schermo informatico, esattamente il contrario del “fare gruppo” di allora.

Chi ha vissuto in quegli anni sa bene che quegli ideali di pace, di libertà e di giustizia sociale gli hanno formato la mente e il cuore e sono rimasti immutati nel tempo:  tutti hanno subito dure prove di fronte al crollo di quegli ideali causato dall’escalation di violenza, al terrorismo che li ha trasformati in ben altra cosa, nel contrario, e alla successiva repressione dei movimenti da parte dello Stato che doveva riportare l’ordine.
Tutti hanno nostalgia di quel vento di cambiamento che ha trasformato la società e delle passioni che hanno infiammato la loro gioventù: ma perfino i tre giovani autori del libro, che guardano al passato con gli occhi di chi vive oggi, vedono nel Sessantotto un modello ispirante per mettere un fermento di dinamismo in questa società che presenta molte falle e molte regressioni.

venerdì 18 maggio 2018

"NOI E IL SESSANTOTTO": AA.VV. antologia a cura di Tiziana Viganò. E' uscita!


AA.VV. antologia  a cura di Tiziana Viganò
Noi e il Sessantotto
(maggio 2018, Macchione editore)
prefazione di Carlo A.Martigli
ISBN 978-88-6570-488-2

Gli autori
Raúl Della Cecca - Carla Magnani - Giancarlo Bosini - Tiziana Viganò - Angelo Gavagnin –

Mirella Guerri - Maria Gemma Girolami - Carlo Alfieri - Paola Crovi Costa - Claudio B. Foresti
Mariella Di Camillo - Marika A. Carolla - Massimiliano Barone - Barbara Nittoli - Franca Balsamo



Presentazione

di Tiziana Viganò
Un’immagine mi è balzata alla mente appena ho avuto l’idea di scrivere un libro sul Sessantotto: la deflagrazione che distrugge una casa nel film “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni, del 1970. I fotogrammi passano al rallentatore, ogni singolo oggetto della casa vola nell’aria e ricade come in una folle danza, poi un’altra deflagrazione e un’altra ancora sul ritmo esplosivo della musica dei Pink Floyd. Poco prima i due ragazzi protagonisti del film avevano fatto l’amore, nudi e avvinghiati, rotolanti sulle sabbie del deserto in un viluppo di umanità e Natura che si moltiplicava all’infinito, in piena libertà.

Questi pochi minuti di immagini racchiudono e ci donano, con la lucidità che è propria di ogni grande artista, alcuni dei più importanti temi che hanno precorso e illuminato i primi movimenti del Sessantotto.
Prima di tutto il desiderio di un mondo nuovo, dopo distruzione del vecchio ordine basato su finzione e ipocrisia, su oggetti e non persone, sugli status symbol e sul consumismo, su una ricchezza di pochi prodotta a danno dei più; il desiderio di essere liberi e padroni di se stessi, delle proprie scelte e della propria vita, come del proprio corpo e dei propri desideri; la comunione con la Natura, un rapporto gioioso e rispettoso con essa; la diversità come risorsa.
Ma soprattutto la libertà, in tutte le sue declinazioni.

Andare fuori dagli schemi, avere un’altra visione del mondo, cercare l’utopia: così erano cominciati i movimenti giovanili negli anni Sessanta. Quello che spesso era bollato dai conservatori come ribellismo giovanile, a volte per l’impreparazione, a volte per l’ingenuità, esprimeva la necessità di cambiare, di uscire dalle regole della vecchia società retriva, bigotta, oppressiva e diseguale, che privilegiava l’economia aggressiva di stampo capitalista e consumista ai reali bisogni dell’individuo, quelli spirituali, la libertà, la pace, la fraternità, l’uguaglianza delle razze e dei generi, la legittimità delle religioni, delle opinioni.
Che ne è stato di quegli ideali meravigliosi che hanno mobilitato masse di giovani a livello planetario? Confluiti nei movimenti prima studenteschi e poi operai hanno preso la via della contestazione: in parte ne hanno formato lo zoccolo, per poi diramarsi in molti rivoli che hanno avuto alterne vicende e sono approdate a ben diverse conclusioni. Quali sono state le conseguenze del fallimento? Quali conquiste sono valide ancora oggi e quali sono state disattese?

Dall’idea alla realizzazione, come piace a me: così ho pensato che la forma migliore sarebbe stata un’antologia, perché avrebbe raccontato quei tempi con una coralità di voci diverse, tanti punti di vista, intense emozioni e sensazioni che si possono sviluppare in una lavoro di gruppo.
Tante tessere di un mosaico fatto di storie private, quelle di gente comune, giovani che hanno vissuto un tempo speciale e irripetibile, nelle strade nelle scuole e nelle università, nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro, nelle case. Storie individuali che formano insieme un quadro collettivo di esperienze diverse, la piccole storie quotidiane che sostengono gli eventi della Grande Storia come in un edificio i mattoni riempiono gli spazi tra un pilastro e l’altro.

Ho interpellato molte persone per scrivere i racconti ed è stato interessante osservarne le reazioni perché ci sono stati gli entusiasti, i nostalgici, quelli completamente disinteressati, quelli che amareggiati da ciò che è successo, si sono ritirati e preferiscono rimuovere quando non negare i ricordi di quelle passioni infrante, come dopo uno shock postraumatico da stress. Del resto me lo aspettavo: l’argomento è ancora caldo, entusiasma, ma a volte imbarazza, è storia recente e chi ha vissuto quegli anni ha ben vivi in sé gli accadimenti e le emozioni. L’argomento è fucina di contrasti e contraddizioni.

Questo libro è uno specchio di ciò che avveniva in quegli anni, il Sessantotto si dilata nel tempo, dai prodromi della metà degli anni Sessanta alla rovinosa frana di un decennio dopo.
Tante sono le opinioni su quel periodo, anche molto diverse: c’è chi l’ha amato, chi l’ha vissuto intensamente, chi si è gettato a capofitto, chi l’ha solo osservato, chi si è defilato, chi è rimasto deluso, chi l’ha approvato e chi no, chi si è arrabbiato e chi ne ha avuto un sacro terrore, chi l’ha combattuto strenuamente…
Nessuno è rimasto indifferente. E non lo è ancora oggi, dopo cinquant’anni.

Il passaparola ha coinvolto un gruppo di scrittori che hanno voluto dare un loro contributo a costruire un’immagine di quegli anni perché è forte la nostalgia delle roventi passioni che hanno animato la loro vita giovanile.
Anche se il viaggio della vita ci ha portati a percorrere strade diverse, anche molto lontane, ci siamo sentiti uniti dalla potenza di quegli ideali che non sono mai morti, perché hanno formato la struttura portante di coscienze e menti; dagli infiniti discorsi appassionati hanno coinvolto con una immensa forza di coesione troppa gente per essere dimenticata col passare degli anni; dal ripensare a quei momenti, riviverli, interrogarsi sulle ragioni e sulle responsabilità che hanno affossato il movimento, stravolgendo nel sangue le motivazioni riformatrici degli inizi.

La caduta dell’utopia è stata rovinosa, traumatica per tanti che hanno militato con passione vera e travolgente, ma niente è stato come prima e, anche se le cose hanno impiegato molto tempo a ritrovare una parvenza di equilibrio, nel bene e nel male, il mondo è cambiato. In meglio? In peggio? In questo libro abbiamo dato tante risposte.

La memoria storica di chi era presente ai fatti si intreccia in questa raccolta con quella di chi guarda al Sessantotto da lontano, dal futuro e giudica a mente fredda, giovani scrittori che guardano a quei tempi e pensano alla realtà di oggi e alle possibilità future, dove non si debba più soccombere alla violenza di una realtà falsa e ingannevole in cui gli ideali possono solo disintegrarsi, ma dove la Storia possa insegnare a costruire un domani migliore.







lunedì 14 maggio 2018

E’ così che si uccide di Mirko Zilahy. Recensione di Tiziana Viganò

il ritmo incalzante e senza respiro, la solida formazione culturale, la lucida e disincantata abilità di penna e pensiero dello scrittore sono punti di forza di questo romanzo, che cattura l’attenzione fin dalle prime righe e non allenta la tensione fino alle ultime.

recensione di Tiziana Viganò


Una Roma atipica è il desolato scenario di E’ così che si uccide di Mirko Zilahy, edito da Longanesi.
Il Gazometro, così affine e difforme al Colosseo, il Macello del Testaccio, il Porto Fluviale, i Mulini Biondi, le ciminiere sbilenche della Mira Lanza, le Officine del gas, la Centrale elettronucleare di Borgo Sabotino (quest’ultima però presso Latina) sono luoghi, edifici, macchine, monumenti di una civiltà industriale dismessa dove il serial killer opera, un set di morte che ha causato morte. Ma sono considerati dall’autore anche personaggi veri e propri con una storia, un’anima e una voce.
il gasometro: dipinto (1945) di Mario Sironi
«Per quanto poco conosciuta, la mia Roma esiste, è lì. È reale ma ha la qualità diafana degli spettri e come molti di loro resta spesso invisibile agli sguardi
In una città inondata da una pioggia inesorabile, biblica, nello squallore degli edifici di un’archeologia industriale lontana anni luce dai fasti dell’arte che tutti conoscono, si muovono il protagonista, commissario Enrico Mancini, un duro reso fragile dalla morte della moglie molto amata e un killer seriale che uccide nei modi più orribili che la fantasia delirante di uno psicotico possa inventare.
Mancini è un criminal profiling dell’Unità per Analisi del Crimine violento, specializzato a Quantico: un tempo orgoglioso dei sui titoli, ora è solitario e tormentato, riluttante, non vuole più impegnarsi, non regge più il dolore, la vista dei corpi morti, non sopporta più l’odore del sangue, rifiuta il contatto col mondo se non con i guanti: la ferita della sua anima è troppo recente e si allarga sempre più invece di guarire, proprio come la piena del Tevere dilaga mischiando acqua e fogna al sangue delle vittime infettando la più bella città del mondo. Solo il gioco d’intelletto in cui l’omicida rituale lo conduce riuscirà infine ad aprirgli uno spiraglio sulla via della salvezza.
Attorno a lui si forma la Squadra speciale: il consulente professor Carlo Biga, insegnante di Psicologia applicata all’Analisi criminale, «un vecchio maestro che accarezzava materie oscure come bestie addomesticate», la pm Giulia Foderà, forte e determinata sul suo tacco dodici, l’ispettore Walter Comello, grande e grosso, «un cavernicolo biondo», Caterina De Marchi, ispettrice-fotografa che si nasconde dietro le immagini scattate. Accanto a loro Stefano Morini, il giornalista del Messaggero, autore di servizi sulla Centrale elettronucleare, che riceve le mail di ombra@xxx.it che annunciano le «morti di dio».
L’Ombra delle nostre parti peggiori, le paure, gli orrori, l’amore e il dolore che vanno oltre la morte, l’odio e la vendetta, il delitto e il castigo, la decomposizione dei corpi e delle menti immersi in un ambiente che li rispecchia: l’autore lo dichiara apertamente, la sua Ombra si proietta su quella del lettore, scuotendolo e facendogli paura, così come il commissario Mancini ha visto la sua Ombra nell’assassino.
«Questo romanzo è la mia vendetta. La sola che sono stato capace di compiere. L’unica necessaria.» dice Mirko Zilahy.
Una caccia al mostro che è sempre al limite di un precipizio di follia dove i personaggi possono cadere, il ritmo incalzante e senza respiro, la solida formazione culturale, la lucida e disincantata abilità di penna e pensiero dello scrittore sono punti di forza di questo romanzo, adatto solo a chi tollera il noir a tinte fortiche cattura l’attenzione fin dalle prime righe e non allenta la tensione fino alle ultime.
In passato docente di letteratura italiana a Dublino e cultore di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, Mirko Zilahy (romano nonostante il nome) è editor, traduttore, giornalista.
Diventato caso editoriale alla Fiera del libro di Londra del 2015, dove venne venduto subito e pubblicato da tanti editori di tutto il mondo E’ così che si uccide, brillante romanzo d’esordio, è la storia di un successo editoriale di cui sarà interessante aspettare gli sviluppi.

giovedì 10 maggio 2018

Intervista di Tiziana Viganò a Luca Sciortino: "Oltre e un cielo in più"

La nostra collaboratrice Tiziana Viganò ha intervistato per Sololibri lo scrittore Luca Sciortino, ponendogli alcune domande sul suo ultimo libro Oltre e un cielo in piùedito da Sperling & Kupfer nel 2018. 
pubblicato su:
https://www.sololibri.net/Intervista-Luca-Sciortino-libreria-Oltre-e-un-cielo-in-piu.html


  1. Luca Sciortino è scrittore, viaggiatore e giornalista. Lavora per la rivista Panorama  e pubblica saggi di filosofia, fotoreportage di viaggio e racconti. Ma vorrei sentire da te: chi è Luca Sciortino?
Semplicemente una persona curiosa, innamorata della diversità del mondo, e con una naturale disposizione a porsi domande su questa complessa diversità.  Come scrittore sono una persona non facilmente etichettabile: le mie pubblicazioni spaziano dai reportage foto-giornalistici, ai racconti, agli articoli di divulgazione scientifica fino agli articoli accademici di filosofia. Il mio stesso curriculum vitae include studi in apparenza differenti come la laurea in fisica teorica e il dottorato in filosofia. In realtà, questa produzione variegata è frutto della mia disposizione naturale a esplorare prospettive e approcci differenti alle domande che mi pongo e della mia insofferenza a rinchiudermi in una singola disciplina. Penso che la realtà sia multidimensionale e che sia importante vivere apprezzandola in tutti i suoi aspetti, per quanto ci è possibile. Esistono prima di tutto le domande, poi le risposte possono richiedere di volta in volta uno o più metodi differenti, magari appartenenti a discipline diverse di studio. Porsi domande sulle cose, essere aperti alla diversità degli approcci e dei metodi e riflettere sui loro limiti è un'attitudine tipicamente filosofica.

  1. Posto che il “mezzo del cammin di nostra vita” si è spostato un po’ più avanti rispetto a Dante, ti sei trovato in un momento in cui sentivi l’inquietudine del vivere in una società che ti sta stretta, la routine, le mille regole e costrizioni, i rimpianti per le cose non fatte ancora….così hai preso una decisione.
Io vedo l'avventura, i libri e l'amore per gli esseri umani come tre forme diverse di viaggio. Un'avventura ti fa viaggiare nello spazio o in culture differenti; un libro in una storia, in un sistema di pensiero, in una vita; l'amore nell'universo interiore ed esteriore di un altro essere umano. Io cerco di nutrire la mia vita quanto più posso con queste tre forme di viaggio.  Ciò vuol dire cercare giorno per giorno il modo per farlo in circostanze che possono anche essere sfavorevoli. Il mio viaggio dalla Scozia al Giappone, che ho raccontato in “Oltre e un cielo in più” (Sperling & Kupfer), rappresenta la soluzione, in un particolare momento della mia esistenza, al problema di nutrire la mia vita con il viaggio, in una delle tre forme appena descritte. 

  1. Parlaci del momento in cui ti è venuta l’idea di fare questo viaggio
Mi trovavo nell'isola di Skye, in Scozia, per una breve vacanza dalla vita accademica: in quel momento ero Research Fellow in filosofia della scienza all'università di Leeds, nel nord dell'Inghilterra. Dopo quattro mesi sarei dovuto tornare in Italia. Ho deciso di impiegarli nel modo migliore, mettendomi in cammino per vedere le culture cambiare dalla Scozia a Giappone. A spingermi a partire è stato un desiderio di conoscenza, di libertà e di autonomia. Volevo costruirmi il mio personale percorso attraverso Kazakistan, Russia e Mongolia per raggiungere il lontano Oriente. Oggi, molti viaggiano seguendo traiettorie stabilite da agenzie turistiche e con mezzi di trasporto che non permettono di vedere come cambiano volti, culture, paesaggi, mentalità. Io volevo costruire la mia personale traiettoria.

  1. Quindi ti sei messo in viaggio dalla Scozia, e il tuo è stato un cammino di diciottomila chilometri, lento e senza un progetto fisso, fatto con mezzi che ti hanno permesso di goderti il percorso fino alla tua Itaca, un’Itaca interiore, che però ha un nome concreto, Tokyo. Spiegaci questo tuo andare…
Il mio andare è stato a tratti un “errare”, un essere “errabondo”. Ogni giorno cercavo il modo per andare avanti, con qualunque mezzo possibile, con il solo vincolo di fermarmi dove vi era la possibilità di conoscere o di vedere la bellezza di nuovi luoghi. L'etimologia latina di “errabondo” suggerisce l'idea di “errore”: viaggiare in questo modo, senza una meta sicura e un percorso già stabilito, significa mettere alla prova se stessi e le nostre idee, sottoporsi alla possibilità dell'errore, per imparare e disimparare, per abbandonare i preconcetti, per conoscere i propri limiti.

  1. Tu, da filosofo, senti un’esigenza di profondità, di conoscenza, una sete che ti guida verso l’infinito. Per andare oltre le cose materiali, ma anche oltre i propri limiti, come hai detto.
Sì appunto. Quella del superare i propri limiti è da sempre la tensione dei grandi viaggiatori. Ulisse disconobbe i limiti posti alla conoscenza dell’uomo e andò impavido verso ciò che non conosceva, oltre le colonne d’Ercole. Il mio libro è un inno al coraggio di violare gli schemi imposti dalla società; è un invito a lasciare tutto per un po’ e mettersi in cammino, almeno per un tratto della propria vita; è un incitamento a conoscere per curare il proprio spirito.

  1. “La strada la fai andando” dici nel tuo libro: hai detto che sei andato accettando gli eventi che ti si presentavano, accettando il Caso, la contingenza, la non-necessità…
“La strada la fai andando” è un’espressione del poeta Machado (“caminante no hay camino, se hace el camino al andar”) che io uso per indicare un tipo di viaggio che è esattamente il contrario di quello del turista. Quest’ultimo vive un’esperienza precostituita da altri e percorre sentieri battuti da milioni di altri turisti come lui. Io trovavo il modo per andare avanti di giorno in giorno, decidendo in base alle circostanze, avendo in mente una meta che non ero nemmeno sicuro di poter raggiungere. La mia traiettoria finale riflette me stesso, le mie scelte, che sono state determinate da diversi fattori: la meta che volevo raggiungere, ciò che ho amato e ciò che è stato più forte di me nella via. Quando ho visto la mia traiettoria finale tracciata su una cartina ho visto me stesso, come in quel racconto di Borges in cui un pittore che voleva dipingere il mondo scoprì lui stesso nelle linee tracciate nella tela.

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