mercoledì 12 giugno 2013

Mobbing: la violenza psicologica sul posto di lavoro


Storia di una vita vera, che ho ascoltato anni fa.  Non si potrà sapere dove comincia la fantasia  e  dove finisce la realtà,  che qui si mescolano in un continuo divenire;  l’immaginazione dell’Io Narrante stende un velo che nasconde l’intimità e difende la riservatezza della protagonista. La creazione arricchisce la realtà di dati che completano il quadro e definiscono  un personaggio fino a  farlo  sentire col cuore, vedere con la mente, ascoltare con lo spirito. Non importa il dove il quando e il chi, perché questa donna diventa simbolo di una realtà condivisa da mille altre donne, ma anche da uomini che subiscono violenza psicologica sul posto di lavoro e pagano un alto prezzo di sofferenza e di lesione dell’autostima.


Mobbing
un racconto di Tiziana Viganò 
tratto dal suo libro "Come le donne"

In quello specchio non sono io. Vedo una donna pallida e sfiorita, capelli in disordine, segni delle rughe sul volto che indicano tristezza, molti, molti chili sovrappeso,  spalle curve.

Come ho fatto a ridurmi così? Perché ho lasciato che le cose mi travolgessero fino a questo punto?

Ho solo 46 anni, finalmente l’ energia mi scorre di nuovo nel corpo e so che per uscire da questa situazione devo riprendere in mano la mia vita, guidarla io invece di farmi guidare.

L’immagine che lo specchio mi rimanda non è l’Antonella che voglio essere, e, dopo tante difficoltà, mi sento pronta a ricominciare da me.



Prima che tutto precipitasse, la strada della mia vita sembrava così tranquilla, forse un po’ monotona, sempre uguale, marito figlio lavoro casa: a me stava bene così e mi sentivo protetta.  Sono una persona poco sicura di se stessa, ma stabilità, ordine e semplicità mi davano sicurezza, sapevo sempre quello che sarebbe successo, tutto regolato dagli orari dei miei impegni, dalla divisione dei ruoli in famiglia.

ll primo cambiamento violento della mia vita è cominciato sul lavoro, quattro anni fa.

Ero, e sono ancora, operaia  qualificata  in una fabbrica metalmeccanica della provincia di Milano: un lavoro impegnativo e faticoso, con turni, ma lo facevo da ventiquattro anni, da quando ero una ragazza e mi piaceva.  Poi, in un momento di crisi dell'azienda, è arrivato un nuovo direttore, assunto per la ristrutturazione  che, come sempre, comporta licenziamenti: presuntuoso e severo, l’ho sentito subito antipatico, a pelle, e purtroppo la cosa si è rivelata reciproca. Pretendeva da me una maggiore velocità, voleva che aumentassi la produzione, mi controllava continuamente, una vera ossessione...non capivo il motivo del suo comportamento, dopo tutto il mio lavoro era sempre andato bene a tutti i capi.

Non so neppure ricordare come le cose siano degenerate a poco a poco: mentre i nostri rapporti precipitavano la mia ansia cresceva. Un brutto giorno mi ha convocata in ufficio e mi ha detto che aveva bisogno di spostarmi in un altro reparto dove un’operaia era in maternità: ragioni di produzione.

Ho cercato di reagire, invano: quel lavoro era dequalificante, ben lontano dalle mie mansioni abituali, mi sembrava di essere tornata indietro di vent’anni, di non contare più niente, perché? Perché proprio a me?

La sera, a casa, mio marito e mio figlio mi hanno consolato, sono stati affettuosi, ma io ero angosciata, confusa, in allarme, stavo male fisicamente e psicologicamente.

Quella notte è successa una cosa terribile: il cuore sembrava voler scoppiare, mi mancava l’aria, mi girava la testa….avevo l'impressione di essere sul punto di morire, ero terrorizzata, travolta….

Aldo, spaventatissimo, ha chiamato subito il 118, ma il medico mi ha rassicurato, e del resto quel momento disperato era durato pochissimi minuti. L’indomani sono andata in ospedale per accertamenti e la diagnosi è stata: attacco di panico.



Sono stata a casa in malattia a lungo, per cercare di riprendermi, ma naturalmente questo ha peggiorato i rapporti con l'azienda. Quando sono tornata, nella nuova mansione, il direttore me l’aveva fatta pagare e perfino alcuni miei colleghi sembravano essersi schierati con lui, nella speranza di salvarsi dai feroci tagli al personale che stava attuando.

Stavo sempre male, mi avevano dato pastiglie che mi calmavano, che hanno impedito nuovi attacchi, ma ero depressa, mi sentivo ferita, vittima. Per otto ore al giorno facevo finta di niente, ma quando tornavo a casa mi sfogavo con Aldo e Marco, scaricavo su loro due le mie frustrazioni e le mie paure: soltanto ora capisco quanto dovesse essere difficile per loro sopportare la situazione.

Finalmente un colloquio con uno psicologo mi ha convinto a rivolgermi al sindacato e in effetti, col tempo, sono riuscita a trovare un po’ di tranquillità e a rientrare nel mio vecchio reparto, con le mie mansioni. Ho subìto il mobbing, si chiama così, e oggi è un reato.

Il direttore, finito il suo lavoro, dopo aver messo in mobilità quasi la metà degli operai, è stato  mandato in una sede diversa per un'altra ristrutturazione.

Avevo vinto, e non è sempre così facile in questi casi: ma nonostante il finale positivo, questa esperienza mi ha segnato profondamente, frantumando il mio fragile equilibrio e le certezze della mia vita.

Mio marito non ha accettato le difficoltà di quel periodo: continuava a dirmi “Reagisci!” senza capire che non ne avevo le forze, e invece di essermi vicino per sostenermi si è allontanato sempre più, fino ad andarsene, alla ricerca di una vita più serena e tranquilla.

Un anno fa mi ha piantata per un’altra. Così all’improvviso, senza che sospettassi nulla, presa com’ero da me stessa, perché i problemi degli anni precedenti mi avevano molto cambiata: mi sentivo sempre in ansia, avevo paura di sbagliare anche nelle cose semplici, mi ero sgonfiata come un fragile palloncino bucato. Avevo cominciato a mangiare, ingrassando molto, ero trascurata, sciatta: non sono mai stata una modella, solo una donna normale, carina, un po’ riservata, e ora...

Una domenica pomeriggio, mentre nostro figlio era andato a giocare al pallone, Aldo mi ha confessato tutto con poche parole, poi ha fatto le valigie ed è uscito di casa, così in fretta da non darmi neppure il tempo di reagire: una storia come tante, il marito si innamora della ragazza giovane e bella e lascia la moglie che è diventata problematica e poco desiderabile, dopo vent'anni di matrimonio.



La scomparsa di mio marito ha causato un terremoto, non avevo più un punto di riferimento e sono crollata del tutto. Mi sentivo in colpa, ero sicura di essere stata causa della fine del suo amore e del matrimonio: davanti a lui mi sono umiliata, ho chiesto perdono, l'ho supplicato di tornare, ma è stato tutto inutile. Anche la situazione di mio figlio Marco mi dava molto dolore e sentivo la responsabilità di doverlo crescere senza avere il supporto di un padre, perché Aldo con la sua ragazza si era defilato anche dal ruolo paterno.

Dopo un periodo di depressione durato molti mesi ho capito che era ora di reagire, di imparare che il cambiamento può essere una cosa stimolante, che non volevo più avere paura, ma non riuscivo a trovare una forte motivazione, quella spinta che riesce a vincere qualunque ostacolo, che fa ripartire anche dopo i traumi e il dolore.



E' passato il tempo e ieri mio figlio Marco, che ha 18 anni, mi ha fatto una scenata per motivi davvero futili, poi è corso ad abbracciarmi piangendo, chiedendomi scusa, ha detto che non riesce più a sopportare di vedermi buttare via i giorni nella depressione, mi vuole tanto bene ma vuole vedermi tornare a sorridere.

Finalmente ho percepito fino in fondo il suo amore, che è rimasto fermo e solido nonostante quello che ha passato: lui adolescente è riuscito a sostenere la mamma, ora basta, io sono l'adulta che deve riprendere il suo ruolo.

Il  suo  sfogo  mi   ha  veramente  scosso,  come   se

improvvisamente vedessi una luce dopo l'oscurità della mia condizione: da ieri penso solo a quello che mi ha detto, non era la prima volta, ma ora è scattato qualcosa dentro di me, sento una forza che non credevo di possedere, così ho preso alcune decisioni.

Voglio cercare un sostegno psicologico che mi aiuti a elaborare quello che è successo, a riprendere coraggio, a capire quali sono le mie capacità e le mie risorse.

Mi sono adagiata in un lavoro sicuro che mi ha lasciata ferma per tanti anni e non ha sviluppato le mie possibilità: è ora esplorare nuove vie, chiedendomi che cosa sono e che cosa so fare.



Davanti a questo specchio mi guardo in modo critico, no davvero, così non mi piaccio. Ho negato finora il mio bisogno di un uomo, ma ora sento che voglio trovare un punto di riferimento, un uomo su cui contare, ricordando che ho sbagliato tante cose nel mio rapporto con Aldo e posso imparare dall’esperienza.

Tremo un po' al pensiero di questi progetti: l'Antonella che non ama i cambiamenti sarà capace davvero di proseguire il suo cammino? Non sarà facile, non mi vedo a rivoluzionare tutto in un lampo, saranno passi lunghi, prudenti, a volte traballanti, a volte dovrò esplorare con cautela e scegliere il sentiero giusto, forse inciamperò.

Vedo il viso di mio figlio Marco che mi sprona, ma sento anche la mia parte positiva che vuole rinnovarsi, é primavera, il momento giusto per ricominciare a vivere, partendo da me!