mercoledì 9 ottobre 2013

VIOLENZA E FEMMINICIDIO: una cultura da cambiare (seconda parte)


di Tiziana Viganò

leggete nel post precedente la prima parte


Tanti sono i modi del femminicidio: l’uomo non ha intenzione di uccidere, ma la morte è conseguenza delle violenze o incidentalmente di una caduta; l’uomo perde il controllo e uccide sapendo ciò che fa; l’uomo architetta un piano preciso prima di agire; violenza, stupro e morte nell’omicidio di gruppo; altri casi che le cronache purtroppo riportano di continuo, quando una donna viene uccisa per essere sostituita da un’altra più bella, più giovane, più ricca, o semplicemente perché il maschio, marito, amante vuole essere “libero” e trova la via più sicura per eliminare l’ostacolo, la morte. I thriller che il cinema e la tv ci propongono ogni giorno spesso sono ispirati a fatti reali, perché la realtà supera la fantasia.
Era una regola nel passato, ma ancora oggi succede che la gente racconti i femminicidi trovando “giustificazioni” per il maschio assassino, come se la vittima fosse lui o come se il suo “onore” fosse stato violato. La donna da vittima diventa imputata del fatto, perché ha provocato con atteggiamenti o abiti succinti, ha istigato la violenza perché il maschio "ha la carne debole", ha "gli ormoni che lo spingono", come se potesse essere giustificato il mancato uso del cervello, della ragione, dell’etica e dell’autocontrollo. E’ un atteggiamento radicato profondamente, che sento continuamente esprimere dagli uomini – e anche dalle donne, come si vede nel pezzo che ho riportato in precedenza- che mi scandalizza profondamente e che secondo me va combattuto con tutte le forze.
Nel Codice Penale, art. 587 – il Codice Rocco, 1930, tuttora in vigore pur con molte modifiche era prevista una diminuizione della pena per il cosiddetto “delitto d’onore”. “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.
La violenza sessuale veniva annullata con il “matrimonio riparatore”.
Bisogna aspettare il 1981 perché queste leggi vengano abrogate con la legge 442.
E’ importante capire che dietro ai delitti non sempre ci sono gravi disturbi di personalità o raptus: ma occorre prevenire e insegnare ai soggetti deboli quei segnali che possano metterli in allarme e fare in modo che riconoscano i pericoli prima che finiscano in dramma o tragedia. 
E’ importante anche capire che per trattare i casi di violenza, agita o subita, ci vogliono specialisti in grado di comprendere e trattare opportunamente i soggetti coinvolti, supportare per lungo tempo le vittime, imporre un trattamento psichiatrico ai soggetti violenti: quindi è necessario organizzare un’opera di informazione e aggiornamento di quei soggetti che sono preposti all’accoglienza delle vittime, dalle forze dell’ordine, ai medici e infermieri, ai membri delle associazioni di volontariato. Un lavoro molto importante e impegnativo.
Perché il problema, da psichiatrico, diventa sociale.
Semplificando molto voglio tracciare un profilo psicologico di soggetti che sono a maggior rischio di violenza e della personalità criminale che arriva all’assassinio – secondo il DSM IV, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali -. E’ fondamentale tener presente che il grado di intensità in cui si manifestano le caratteristiche sotto indicate può essere molto variabile: il soggetto può manifestare alcuni tratti più o meno marcati, a seconda della gravità del suo disturbo, ma resta il fatto che di fronte a un certo numero di azioni come quelle indicate, se reiterate nel tempo e con una certa intensità, occorre prestare attenzione, allarmarsi, rivolgersi a centri specializzati, a psicologi e psichiatri, assistenti sociali, per poter chiarire il tipo di disturbo di personalità e la sua possibile pericolosità.
Il disturbo di personalità antisociale (un tempo definito come psicopatia e sociopatia) può manifestarsi con disturbi di condotta anche prima dei 15 anni: è caratterizzato da almeno 3 delle seguenti manifestazioni:
    1.   incapacità di osservare le leggi e le regole della società
2.   il soggetto è disonesto, truffatore, mentitore, manipolatore e gode ad essere tale (commette reati come aggressione a persone o animali, distrugge cose, ruba, truffa, molesta, minaccia, abusa della fiducia altrui)
3.   il soggetto è impulsivo, irritabile, collerico, aggressivo, non si controlla
4.   non tiene conto delle conseguenze delle sue azioni né della sofferenza che procura agli altri
5.   non ha senso di responsabilità (non riesce a conservare un lavoro regolare, a mantenere una relazione, a pagare i debiti, sperpera il denaro familiare per uso personale)
6.   se è genitore non si cura dei figli, della loro nutrizione e igiene, li maltratta, li abbandona
7.   non riesce a fare progetti realistici per il futuro (trovare un lavoro, abitare nello stesso luogo, creare una famiglia, fare un viaggio con un progetto preciso)
8.   non si cura della sicurezza propria e degli altri
9.   fa uso di droghe, alcool farmaci e compie azioni pericolose sotto l’influsso di queste sostanze
10.   non prova rimorso, senso di colpa, è indifferente alle emozioni altrui, le sue emozioni sono “congelate” (pensa di aver ragione a ferire, maltrattare, derubare gli altri)
Spesso sono molto intelligenti, fascinosi, parlano bene, hanno grandi capacità di persuadere e manipolare gli altri, a volte hanno qualità da leader e riescono, con un certo malsano grado di autorevolezza a piegare la volontà di soggetti deboli, sono capaci di attendere il momento opportuno per azzannare la preda. Sono individui “gonfiati”, con un ego ipertrofico, si preoccupano solo di se stessi e disprezzano gli altri; non sono emotivi, sono insensibili anche alle condanne, non sopportano di essere umiliati, appena sentono un’esigenza, devono passare all’azione per soddisfarla.
Spesso nelle storie passate di questi individui ci sono esperienze di abusi e violenze, traumi importanti, punizioni, vergogna, umiliazioni, agite contro di loro soprattutto da figure importanti della vita infantile, oppure provengono da un ambiente criminogeno.
Quando un bambino o una bambina assistono a scene di violenza in famiglia o essi stessi subiscono violenza, è più facile che poi da adulti utilizzino la violenza quando si trovano in condizioni di stress, una offesa/difesa che riproduce comportamenti conosciuti: e ovviamente i maschi sono più propensi alla violenza fisica rispetto alle donne in relazione alla loro forza muscolare, ma le donne sono abili nella violenza psicologica - e ovviamente possono essere assassine -. 
Altra cosa sono i soggetti che possono agire violenza psicologica, meno eclatante, ma distruttiva per la psiche della vittima: possono presentare  disturbi del comportamento e della personalità, arrivare al grado di gravità del disturbo antisociale, ma molto spesso si presentano come del tutto “normali”. Spesso i media riportano fatti clamorosi e dicono che i vicini sono stupiti perché la famiglia, le persone coinvolte non davano segni di disadattamento. Eppure….
(vedi il mio testo “Sulla violenza psicologica” post aprile 2012)
E’ quindi necessario aiutare le donne ad acquisire conoscenza e consapevolezza, aprire gli occhi,  identificare i pericoli e proteggersi per non arrivare troppo tardi a piangere le vittime. Da una parte ci sono quelle più forti  che riescono a uscire da relazioni violente e a denunciarle, ma ce ne sono tante, troppe che non riescono a prendere le distanze e fuggire da uomini violenti, non si tutelano, non leggono (o non sanno leggere) i segnali che preannunciano la catastrofe; ci sono donne dipendenti che non riescono a vedersi autonome, donne che tollerano, giustificano o sopportano alcuni comportamenti; donne che sono “vittime designate”.
Di recente una donna è stata ferita con un colpo di pistola al fianco: non ha fatto nulla, è andata a dormire vicino al suo assassino: la mattina dopo questi le ha sparato ancora al petto. Solo la madre di lei pur schivando i colpi del mostro è riuscita a portare la figlia in ospedale dove è morta dopo una settimana d'agonia. Sembra incredibile, ma la verità è che alcune donne chiudono gli occhi fino a questo punto, subiscono fino a morire così. Una donna che subisce violenza non sa autotutelarsi, è annientata, non ha più autostima: questi sono punti fondamentale su cui bisogna lavorare psicologicamente e supportare fortemente e con continuità.
Bisogna “educare” le donne a individuare le situazioni rischiose, i comportamenti allarmanti, per mettere in discussione una relazione che non è amorosa, ma pericolosa: l’amore non cambia la personalità, un uomo violento non cambia per amore, la donna crocerossina si mette nei guai.
Meglio essere prudenti, cercare aiuto, chiedere a chi è esperto.
E questo non vale solo per le donne adulte: a mio avviso l’educazione va cominciata il più presto possibile, da persone competenti, è ovvio, anche dalla 5° classe elementare, prendendo spunto dai fatti che ormai anche i bambini sono esposti ad ascoltare dai media, perché il cambiamento della cultura che porta alla violenza cominci ad essere introiettata fin da piccoli, proprio perché è da bambini che si forma la personalità che alla violenza è destinata.
Non c'è mai da illudersi che una persona possa cambiare - neppure con l'amore -. Perché il cambiamento si può ottenere solo con un atto di volontà forte del soggetto stesso e un lavoro psicologico duro, doloroso e faticoso fatto su se stessi. Per questo gli organi competenti dovrebbero sottolineare l'importanza del trattamento psicologico e psichiatrico dei soggetti violenti, imporlo per legge, sostenere chi lo esegue e i centri specializzati, ed educare i maschi, fin da piccoli, a una nuova mentalità.
Educazione al rispetto della persona, fondamentale per maschi e femmine.

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