martedì 3 dicembre 2013

La mia recensione di un libro molto interessante: Marco Vichi – “Racconti neri”, 2013 - Guanda Editore.

Il giallo è di moda: le librerie traboccano di ogni sorta di libri polizieschi e non – ma quanti sono davvero poco interessanti e scritti male! -. Accendendo la tivù abbiamo un’altissima probabilità di imbatterci nella visione di un cadavere, e non ci salviamo facendo zapping.
Qual è il motivo di tanta attenzione? Un narratore prende quasi sempre spunto dalla società: vuol dire che la nostra è così violenta da suscitare un morboso interesse? Non è così semplice.
La scelta di scrivere un giallo – negli autori migliori - nasce anche dall’intento di rispecchiare la società analizzando le relazioni tra gli individui e il “lato oscuro” di un mondo dove ingiustizia e sopraffazione sembrano dominare, perché nell’utopia di una società davvero giusta non ci sarebbero i violenti e i criminali.
Scrivere gialli è anche un modo per andare a fondo di una parte di noi che non vogliamo riconoscere, quell’aggressività che la nostra società mette al bando come ignobile, ma che può essere ben altro rispetto alla violenza. 

Aggressività, nella sua accezione positiva, è una forza potente che ci fa andare verso le nostre mete: preferiamo chiamarla assertività – una parola che non porta con sé ombre negative -.
Una narrativa che racconti la trasgressione dalle norme e dalle leggi, gli eventi dove l’aggressività senza controllo si connota in negativo e diventa violenza, l’irrompere dell’irrazionale che ci spaventa, è proiezione del “lato oscuro” presente in ciascuno di noi.
Proiettarlo su vicende che in apparenza sono estranee, vederlo alla tivù o al cinema o leggerlo in un giallo hanno su di noi l’effetto delle fiabe sui bambini, piene di figure violentissime, di assassini e di realtà cruente: l’Uomo Nero, l’Orco, la Matrigna e la Strega non siamo noi e ciò ci tranquillizza.
Si possono esorcizzare incubi e paure, si può superare insicurezza e inquietudine, perché sempre nelle fiabe, e quasi sempre nei gialli, il colpevole, il Male, viene fermato e punito e trionfa il Bene, ristabilendo l’equilibrio.

“Racconti neri” è un libro che non si dimentica: gli argomenti sono attuali, ogni giorno leggiamo sui giornali storie di delitti efferati, inorridiamo a quelli compiuti su donne e bambini, ci sdegniamo di enormi ingiustizie che spesso vengono alla luce dopo anni. Così in un déjà vu leggiamo ciò che Vichi ha trasformato con la sua penna in forme letterarie, dopo aver rielaborato la realtà e i personaggi per raccontare le vicende che lo interessano.

Gialli sociali” o meglio “Noir sociali” i suoi, con notevole penetrazione psicologica: la descrizione degli stati d’animo dei personaggi e degli ambienti in cui si muovono hanno una competenza da psicologo o criminologo.
Vichi mostra di volta in volta una vasta gamma di emozioni espresse dai criminali stessi mentre raccontano la loro storia - rifiuto, rimorso, condanna, repulsione, tristezza, vergogna, angoscia, disperazione, vendetta, rabbia paura, senso di colpa…-: l’autore non si pone in un ruolo di giudice morale o traccia inutili confini netti tra il Bene e il Male, lascia al lettore una riflessione su ciò che accade agli individui nella nostra società e un eventuale giudizio.

Racconta ed emoziona: il lettore sta dalla parte delle vittime, ma qualche volta può provare a capire gli stati d’animo dei colpevoli, a ragionare su emozioni che non considera volentieri perché “negative”. in certi momenti rimane inchiodato alla sedia per l’orrore di quello che sta leggendo…un inevitabile e formativo stimolo a condannare qualsiasi tipo di violenza. La bravura e l’efficacia dell’autore sta proprio nel suo scrivere usando le parole giuste per suscitare queste emozioni in modo forte e incisivo.

Tredici racconti, lunghi o brevi, che fissano su carta un mondo dove l’ irrazionale, la pazzia, il mistero o l’inconcepibile stravolgono una realtà quotidiana che solo in apparenza è dominata dalla razionalità e dal controllo degli istinti: assassini, carcerati, poliziotti, magistrati colpevoli, ma anche gente per bene perfino “un ometto senza capelli” scorrono tra le pagine, protagonisti dolenti delle loro storie.
Scrittore di racconti e romanzi – famosi quelli che hanno come protagonista il commissario Bordelli – Vichi ha una scrittura sobria, essenziale, caratterizzata dalla semplicità e dalla pulizia del testo, ma ogni parola è studiata per suscitare emozioni e lasciare tracce. L’abilità sta nel far salire la suspense con un ritmo sempre più serrato e concitato che si spezza all’improvviso in un gesto, un’azione che conclude il racconto, frenando la tensione.

Tredici racconti, pubblicati già su giornali e in varie antologie a cui lo scrittore ha partecipato dal 1985 al 2012 e ora rivisti: il racconto non è certo letteratura minore, come pensano alcuni, anzi, permette di esplorare un soggetto circoscritto nei dettagli, così come il romanzo permette una visione ampia, due forme di scrittura in cui questo autore si trova a proprio agio.

Non consiglierei questo libro a chi ha bisogno di rilassarsi leggendo qualcosa di leggero: ma è un testo per gli appassionati del giallo ben scritto e per chi ama riflettere sull’anima umana in tutte le sue sfaccettature.

Marco Vichi (Firenze,1957) ha esordito con numerosi racconti, scrive per riviste e quotidiani, ha lavorato a Radio Rai in una trasmissione in cui raccontava la sua esperienza di portare l’arte nelle carceri. Il suo primo romanzo è stato “L'inquilino”, edito da Guanda nel 1999. Nel 2002, con “Il Commissario Bordelli”, ha dato inizio a una serie di polizieschi di successo ambientati nella Firenze degli anni Sessanta. Nel 2004 ha vinto il Premio Fedeli con “Il nuovo venuto”, nel 2009 il Premio Scerbanenco con il romanzo “Morte a Firenze” e nel 2013 si è classificato secondo al Premio Piero Chiara.

Una curiosità
In Italia è comune dire “giallo” che deriva dal colore della copertina dei famosissimi “Gialli Mondadori” pubblicati a cominciare dal 1929, mentre in Francia l’editore Gallimard pubblicò con copertina nera i romanzi sul crimine americani. Il “noir” ha generalmente connotazioni più violente dei polizieschi e spesso analizza una vicenda dal punto di vista del criminale.