venerdì 7 marzo 2014

Assertività e aggressività femminile

di Tiziana Viganò

Così vicini alla festa della donna possiamo fermarci a riflettere sul dualismo che tuttora esiste nella società tra il modello classico di donna madre e sposa che suscita apprezzamento e altri modelli di donna libera, che deve scontare sulla propria pelle un retaggio culturale antichissimo: il valore,il coraggio, il potere, la forza, la libertà femminile fanno ancora paura, oggi come migliaia di anni fa.
Ripercorrendo la strada che da miti antichissimi conduce fino a noi ripensiamo a come siamo frutto di una cultura e di una società che ha profondamente compresso la natura femminile, assoggettandola a modelli, regole e condizionamenti sempre dominanti, che continuano a manifestarsi in modalità che apparentemente la nostra società “civilizzata” respinge: se la violenza uccide ogni anno in Italia ben oltre cento donne per femminicidio, la violenza psicologica quotidiana dilaga e rimane per lo più sconosciuta.
Cambiare la cultura è difficile, ma prendere consapevolezza è un obbligo: tutti ormai ne sono certi, a cominciare dalle Istituzioni, e bisogna lavorare in questa direzione.

Particolare del fregio con Amazzonomachia (sec. IV a.C.) dal mausoleo di Alicarnasso.
Londra, British Museum

Psicanalisi, etologia e antropologia descrivono il concetto di aggressione come “principio vitale” perché ha il significato positivo di “andare verso” (dal latino ad-gredire): è quindi ciò che ci fa riconoscere, affermare e proteggere la nostra identità e il nostro territorio e raggiungere i nostri obiettivi.
Aggressione e aggressività, che ovviamente valgono per maschi e femmine, dovrebbero essere intesi quindi come autodifesa, mentre comunemente indicano  un comportamento che è incapace di riconoscere l’altrui territorio. Questo si connota in termini negativi e viene agito in modi distruttivi, con la rimozione e la repressione oppure con l’aggressività intesa come violenza.
In questo momento il disagio e la sofferenza non sono più appannaggio del solo mondo femminile: l’aggressività non agita in positivo e frustrata sta colpendo anche gli uomini con conseguenze estremamente negative, ma in questo contesto ci occuperemo solo del mondo femminile.

Caratteristico delle donne, attraverso i secoli, è un deficit aggressivo, causato dalla frustrazione, socialmente indotto da una cultura che ha modificato il comportamento femminile per piegarlo ai propri scopi: è sociale il problema di una “aggressività” femminile che per liberarsi ha bisogno di eliminare il condizionamento collettivo che ha prodotto nelle donne la carenza di strutture difensive psicologiche, con  problemi e patologie conseguenti.
Multiformi e a volte contraddittorie manifestazioni denunciano il disagio: autopunizione, masochismo, disturbi della sessualità, vittimismo, iperattivismo, frenesia del fare, frustrazione di non riuscire a realizzare quello che si vorrebbe, tensione, ansia, impazienza, attacchi di collera, ipertrofia del senso materno, ansia di controllo, spirito di sacrificio, desiderio di rivalsa, con spostamento delle proprie ambizioni su marito e figli maschi, volontà di potenza che può portare all’annientamento, cattiva opinione di sé, con espressioni psicosomatiche ma anche con distruzione di rapporti affettivi, di iniziative, di attività…
Tutte queste manifestazioni nascono dall’incapacità di portare avanti il proprio progetto di vita e realizzare i propri desideri oppure dall’incapacità di difendersi dalla violenza prendendosi cura di sé.
“Esiste un giardino per ognuno di noi che ci viene consegnato quando veniamo al mondo….Il compito principale di tutta la nostra esistenza è di farlo fiorire, di farlo essere al suo meglio. Ognuno di noi farà quello che può mediando fra la natura  del suo giardino e le sue aspirazioni… Per coltivare un terreno bisogna saperlo difendere, recintarlo, sistemare il cancello, regolamentare le visite, escludere gli importuni, i perdigiorno e i violenti; è questo un diritto-dovere in assenza del quale nessuna coltivazione darà frutti”. (M.Valcarenghi).

Fin dall’antichità i miti raccontano la trasformazione del rapporto uomo-donna che porterà alla rimozione dell’istinto aggressivo femminile: donne-dee sumere, greche, ebraiche come Inanna e Lilith,  Meti ed Eva sono state al fianco dell’uomo fintanto che gli sono servite a conquistare il potere, poi sono state abbandonate e dimenticate. Eva è stata caricata in più dal peccato e dalla colpa per  la sua energia aggressiva (il desiderio) e trasgressiva (la disubbidienza) tanto che ogni donna sente ancora su se stessa questo peso culturale quando si parla ancora oggi del “sesso debole” e dell’inferiorità femminile oppure quando si sente colpevole di essere diversa da quello che gli altri vogliono che sia.
I popoli hanno espresso le proprie dee guerriere, pericolose e terribili. Per limitarci solo alle culture mediterranee Sekhmet, egizia, Atena e le Amazzoni, greche, Bellona, romana.
Baccanti e prostitute, vergini e vestali, guaritrici e streghe le donne sono state vittime di violenze inaudite e sterminate.
Nell’Europa cristiana, tanti secoli dopo, durante il Romanticismo, il modello femminile imperante era una donna fragile e docile, moglie e madre, con un’ indole da vittima e un ruolo sociale subordinato all’uomo e in funzione dei suoi bisogni, come tanti personaggi di opere letterarie e di melodrammi ci hanno tramandato. La repressione aveva raggiunto i suoi scopi.

Il mito delle Amazzoni permette di chiarire la nascita di alcuni pregiudizi contro il femminile.
Discendenti di antichissime popolazioni pregreche a regime matriarcale probabilmente esistite, ma anche mitologiche figlie di Ares, le Amazzoni  erano donne abili nella guerra e nella gestione delle loro comunità, fondatrici di città (Cuma, Mitilene, Smirne, Caulonia, Efeso), abitanti dapprima nell’attuale territorio a nord della Turchia, sulle rive del Mar Nero e poi spostatesi a est del fiume Don, nella Scizia. Vivevano appartate in società, regolate da due regine, una per la guerra e una per il governo del popolo, non si sposavano, ma facevano una volta all’anno spedizioni in un paese vicino, si accoppiavano e poi tornavano nelle loro terre, i figli maschi partoriti e gli schiavi maschi erano sottomessi, praticavano la caccia e la guerra, a cavallo, armate di arco, ascia e scudo.
Le Amazzoni ricorrono nei miti greci più antichi fin dai poemi omerici e costituiscono uno dei temi prediletti delle arti figurative fin dal sec. VI a. C.
Nell’Iliade (sec. VIII a.C.) si riporta la loro valorosa partecipazione a fianco di Priamo nella guerra di Troia nel ruolo di guerrieri “pari agli uomini”. La regina Pentesilea, durante un combattimento, fu uccisa da Achille: nell’atto di immergere la spada nel suo collo l’eroe se ne innamorò perdutamente, invano. Un altro mito racconta della spedizione di Eracle nella Scizia per impadronirsi della cintura della regina Ippolita, la “nona fatica”. Da ultimo, siamo nel periodo posteriore alle guerre persiane (sec. V a.C.), le Amazzoni invasero l'Attica per vendicare la spedizione fatta da Teseo per catturare Ippolita: descritte ora come “ostili agli uomini”, simbolo della trasgressione dal ruolo assegnato dai greci alle donne, dovranno essere sterminate. Da qui le numerose Amazzonomachie raffigurate sui vasi a figure rosse e nere e meravigliosamente scolpite nel marmo, capolavori che denunciano però la volontà di fare strage di ciò che è diverso da quello che la cultura dominante impone come esempio e regola.
Il modello della donna moglie, madre, vergine, regina della casa, incapace di impugnare armi, si stabilizza: quando i greci cominciano la loro conquista dei territori a oriente, la parola Amazzone assume un significato dispregiativo che anticamente, ai tempi di Omero, non aveva. Diventa simbolo di barbarie, violenza, di forza incontrollabile, di inciviltà.
Il mito si è trasferito nella società; il modello patriarcale si impone a scapito della espressione della libertà femminile.
“O Zeus, perché dunque hai messo tra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?”(Euripide)

Nonostante le grandi trasformazioni e la consapevolezza, le donne continuano a comportarsi oggi secondo modelli culturali antichi così radicati da essere difficilmente cambiati se non con un percorso di coscienza
che è ancora ben lontano nel tempo a venire.
Le condizioni di vita nel mondo occidentale hanno portato nel tempo a una crisi del sistema patriarcale che mette in difficoltà prima di tutto gli uomini, impreparati alle nuove istanze che vengono dalle donne: la paura del cambiamenti  e l’insicurezza generano un’aggressività pericolosa e inadeguata, il disequilibrio tra i sessi genera sofferenza.
Negli ultimi quarant’anni è avvenuta pian piano una metamorfosi nelle donne nel senso dell’autonomia e dell’autodeterminazione; ma il cammino verso una conciliazione tra maternità e famiglia, attitudini, capacità di affermazione nel lavoro e nella società è ancora lungo e non facile, anche se molte donne hanno potuto raggiungere quello che desideravano, spesso a caro prezzo.
Una condizione di debolezza spinge a cercare conferme negli altri, a non fidarsi di se stesse, a svalutarsi, si è tradite da eccessi di emotività o attacchi di panico, si desidera essere protette e si ha paura di non essere all’altezza della situazione, si è sopraffatte da pigrizia, solitudine, mancanza di desideri.

Questo ha creato negli uomini una grande paura, paura di essere superati, paura di perdere il loro potere patriarcale: così, gli individui incapaci di controllare la propria aggressività agiscono violenza alle donne fino al femminicidio per rivendicare il diritto di proprietà, per far pagare alla donna che ha alzato la testa i diritti che si è conquistata malgrado lui – perché non è l’uomo che li ha concessi, ma la donna che ha espugnato le mura del privilegio maschile con una guerra silenziosa ma tenace.
Le donne che cercano di inserirsi nella realtà cercando di assomigliare agli uomini rafforzano un’idea artificiosa di sé invece di fare una netta distinzione tra maschio e femmina, ognuno con le sue caratteristiche ben distinte. La società, nonostante le dichiarazioni di intenti, fatica ancora a riconoscere le donne come pari e diverse, mentre l’obiettivo auspicabile è una sempre maggiore integrazione di ambiti e competenze per creare nuove e migliori condizioni di vita, dove una donna possa realizzare il desiderio di vivere in prima persona passioni, desideri, attitudini invece di vivere in funzione degli altri o secondo il desiderio degli altri.