giovedì 21 agosto 2014

Emozioni davanti alla violenza. Cosa proviamo?

I volti delle statue di Niccolò Dell’Arca esprimono le fortissime emozioni che suscita la morte violenta e aiutano a decodificarle. Noi come reagiamo? Siamo empatici o evitanti o assuefatti? Proviamo dolore, disperazione, orrore, sconcerto oppure assuefazione, abitudine o negazione?

“Compianto sul Cristo morto”: gruppo di statue in terracotta (1460-90) di Niccolò dell’Arca. Bologna, chiesa di Santa Maria della Vita.

Abbiamo tutti la percezione che la violenza sia in aumento: i media ci bombardano di notizie di efferati delitti, femminicidi, infanticidi, senza contare le stragi di civili nelle guerre che costellano il mondo. La violenza “fa notizia” e c’è in fondo un certo compiacimento da scoop giornalistico sotto la velata condanna.
I “gialli”, polizieschi e no sono presenti a tutte le ore del giorno sulla tv e registrano altissimi livelli di audience: c’è in tutti noi un’assuefazione alla violenza?





















Se all’ora di pranzo e di cena accendiamo la tv ci colpisce come un pugno nello stomaco l’immagine di un anatomo-patologo che disseziona un cadavere orrendamente sfigurato? che partecipazione sentiamo per la visione dei  naufraghi dei barconi della morte nel Mediterraneo, della guerra in Siria o Iraq, di bambini massacrati a Gaza? Siamo indifferenti alla violenza negli stadi? Anche la morte per fame di intere popolazioni è violenza del nostro mondo sviluppato sulla pelle dei più deboli… E’ di ieri, 20 agosto, il video dell’esecuzione di un reporter americano in Iraq, lunghi, sconvolgenti, atroci minuti prima della decapitazione: il condannato parla e poi attende il colpo, la tragedia sul  suo viso forzatamente composto. Ci hanno risparmiato la visione del colpo finale, come il  video sulla lapidazione di una donna pochi giorni fa…..

Fatti lontani o vicini, sentiti e vissuti in modi molto diversi.
Il nostro livello di tolleranza nei confronti della violenza dipende dalla capacità di sensibilizzarci, dalla nostra capacità di empatia e dal senso di responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri simili.
L’esposizione continua a visioni violente però crea assuefazione, o meccanismi di difesa come la negazione, la fuga dagli eventi  inquietanti.
Ma è molto pericoloso abituarci alla violenza, perché offusca la consapevolezza del male: se riflettiamo siamo già assuefatti  e quasi rassegnati a tanti comportamenti illeciti (come furti concussioni frodi corruzioni o ad altre violazioni delle leggi) come se fossero comportamenti normali, quasi prevedibili, inevitabili se non quasi accettabili.
Ma da qui ad arrivare all’anestesia anche di fronte all’omicidio e alla violenza il passo è breve.

Questo fatto diventa estremamente grave e pericoloso quando i bambini sono esposti a queste scene, siano esse nella vita reale che in tv o nei videogiochi, soprattutto in età in cui non c’è ancora la capacità di distinguere la differenza tra la realtà e la fantasia. In questo modo sviluppano la convinzione che la violenza sia un comportamento normale e accettabile per risolvere conflitti e problemi e quindi sviluppano alti livelli di aggressività, come evidenziano studi e ricerche sulla formazione della personalità e del carattere in relazione alla percezione della violenza assistita o subìta. Ma il loro modello di comportamento è quello cui hanno assistito. Così come un’educazione fatta di violenze anche solo verbali può creare nei bambini sistemi di adattamento e difesa che possono sfociare in gravi forme di depressione, vulnerabilità, ansia e altri problemi mentali.  
La maggioranza dei criminali che agiscono violenza sulle donne hanno avuto storie di infanzia non protetta o  violata. Il passaggio all’atto violento si ha in caso di difficoltà ad entrare in relazione con la donna, spesso determinato dalla paura del confronto, dalla paura della donna.  L’atto del violento è la negazione della propria fragilità, è non riconoscere la propria paura.
Da parte della donna mai considerare come segni di attaccamento quello che non lo è, mai sottovalutare gli insulti pesanti, le esagerate scenate di gelosia: sono segnali che possono preludere a fatti cruenti. Dietro la violenza c'è spesso la convinzione che quel comportamento sia normale e dimostri amore. Convinzioni distorte e disfunzionali. Davanti alla violenza dobbiamo avere idee molto chiare e forti principi.

E’ indispensabile creare una strategia sociale, culturale e legislativa in grado di affrontare questa tragica realtà attraverso la prevenzione, stigmatizzando ogni forma di violenza per evitare che questa dilaghi, creando una cultura diversa, che si basi su positive relazioni con gli altri, sulla buona comunicazione, fin dalla più tenera età.
In famiglia per prima cosa, e nelle scuole di ogni ordine e grado è prioritaria l’educazione al rispetto della persona, di qualunque persona, che colmi lacune lasciate dalle famiglie, o da genitori per vari motivi incapaci di formare i figli in questo senso oppure non attenti ai loro segnali psicologici.
La prevenzione della violenza è efficace perché combatte il male prima che venga alla luce: è un invito ai padri e alle madri a parlare e confrontarsi con i figli, gli insegnanti con gli studenti, gli uomini tra loro, le donne tra loro e anche uomini e donne che  trovino modalità diverse di relazione reciproca. Il nostro sembra il mondo della comunicazione a tutti i livelli, ma in realtà c'è così tanto da fare...

Prevenzione della violenza è anche averne consapevolezza, non accettarla mai, non voltare la testa per non vederne la realtà, ma anche non accettarne l’esibizione continua come un modello imperante nella società.
E senza dubbio avere una maggiore empatia, cioè condividere le emozioni e i pensieri degli altri entrando nel loro mondo e comprendendo il loro punto di vista. Concludo con una frase di Papa Francesco, grande comunicatore, con il più alto livello di empatia che si possa oggi vedere e ascoltare:

"Partecipiamo troppo spesso alla globalizzazione dell’indifferenza; cerchiamo invece di vivere una solidarietà globale" (Papa Francesco)



“Compianto sul Cristo morto”: gruppo di statue in terracotta (1460-90) di Niccolò dell’Arca. Bologna, chiesa di Santa Maria della Vita. (la foto risale ad alcuni anni fa,
prima del terremoto che ha costretto a transennare la cappella)




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