martedì 1 gennaio 2019

Sud Sudan: diario di un viaggio agli estremi del mondo

di Tiziana Viganò

IL PRIMO CAPITOLO DI "VIAGGI DI NUVOLE E TERRA", 2018, MACCHIONE EDITORE


Un viaggio a ottanta chilometri da un fronte di guerra, un ospedale sperduto nelle paludi del Sud Sudan, in una zona ricca di petrolio e devastata da sessanta anni di guerra. Un progetto di sviluppo in un paese che continua a ripetere errori che portano al fallimento di ogni tentativo di progresso e all’estrema povertà. Il diario di un viaggio speciale e di esperienze vissute in un villaggio come tanti, un luogo estremo ai margini del mondo, simbolo di migliaia, milioni di altri villaggi dove la guerra e la povertà estrema regolano la vita di uomini, donne e bambini: un luogo che suscita emozioni fortissime, inducendo la riflessione sul modo di vivere e sulla visione del mondo indotti dalla società occidentale. Rifugiati e migranti prima interni ora esterni al paese, in fuga verso gli illusori eden europei. Solo la bellezza della Natura rimane impassibile e intatta in questa parte del mondo.

Andare via

Da un po' di tempo la vita che conduco in Italia mi sembra povera di significato e colma di difficoltà continue, che vedo per lo più intrinseche nel modo di vivere del nostro paese.
Difficilmente posso influenzare questa parte del mondo esterno, anche se con qualche accorgimento posso difendermi o accettarlo o selezionare nell’ambiente solo ciò che mi serve: ogni giorno però mi affatico a risolvere problemi che non mi sembrano reali, ma sovrastrutture di una società complicata e distonica.
Soprattutto mi sembra di sprecare energia senza utilità.
Sono alla ricerca di un significato profondo, e questo per me vuol dire andare all'essenza, semplificare, togliere, se mai è possibile, quello che nasconde verità alle cose.
Non riuscendo ad arrivare a capo di questo problema filosofico, ho cominciato a pensare che fosse necessario iniziare rompendo gli schemi abituali del vivere, e mi sono guardata intorno.
Così ho cominciato a esplorare il mondo africano: di fronte ai fatti terribili cui si assiste in questi paesi massacrati dalla guerra, mi piace insistere non sulla distruzione, ma sul passo seguente, positivo, la costruzione di qualcosa di nuovo. Così come succede in Natura.
Dopo una fase della vita conclusa, dopo uno stress, il cambiamento non è mai facile, ma senza questo passo indispensabile non c'è evoluzione, né speranza nel futuro, in qualunque campo della vita e in qualunque luogo. Così come succede nella persona umana, che ho studiato, praticando, soprattutto nell'ambito della psicologia, della comunicazione e delle conseguenze dello stress nel campo psicofisico.

Pian piano ho deciso che avrei dovuto vedere con i miei occhi e accedere alla realtà di un paese dell'Africa Nera secondo modalità che non avevo mai sperimentato. "Porta itineris longissima esse dicitur", la porta, l'inizio, è la cosa più lunga del viaggio, ma prima o poi nella vita è utile intraprendere un percorso significativo per sé, un viaggio interiore.
Non è necessario andare così lontano, come ho fatto io e tanti altri come me, spinti da un naturale impulso a esplorare l’ignoto, ma un viaggio è metafora della vita, rivela chi siamo, le nostre risorse, le nostre capacità, ci fa conoscere il meglio e il peggio di noi.
Un luogo così svela le maschere. E mentre siamo in uno spazio sconosciuto e lo guardiamo, la gente, lo spazio guardano noi, e rispondono in un modo che ci rivela meglio chi siamo.
“Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”, come diceva Bruce Chatwin, un instancabile e irrequieto viaggiatore, e così sono partita.
Un viaggio di ricerca si fa da soli, ma se troviamo condivisione è stupendo. Sono così partita per il Sud Sudan, nel novembre 2008, con alcuni altri viaggiatori.
La realtà di quel paese è durissima, drammatica, ed è simile in tre quarti del mondo. Cadono molti veli che oscurano la vista e molte lenti deformanti: io sento che qualcosa mi rode dentro contro questa mostruosa ingiustizia e i tamburi lontani che sento ancora suonare con ritmi forti e potenti mi spingono ad agire, qui e ora, nel modo che è più consono al mio saper essere e a quello che so fare. Perché ora non ho più la scusa di non sapere. E bisogna dar voce a chi l'ha troppo sommessa, perché il mondo la senta.

Di fronte alla vastità dell’Africa e dei suoi problemi così complessi, parlerò di una realtà piccola ma significativa, esempio di milioni di altre realtà simili.

Dove c'è penuria di tutto ogni cosa diventa preziosa, niente è dato per scontato, ci si abitua a dare alle cose l'importanza che hanno davvero; ci accorgiamo che anche gli oggetti di cui non possiamo fare a meno hanno soltanto il significato che noi vogliamo attribuirgli. Ho sperimentato che potevo fare a meno di tantissime cose, perché semplicemente non c'erano: quindi mi sono resa conto che sono utili, piacevoli, è meglio averle che non averle, ma non sono necessarie.
La semplificazione, in questi luoghi africani, è al massimo.

Cercherò di descrivere quella realtà con i miei occhi, i miei sensi, le mie orecchie e con quello che so: non metto in dubbio che ci siano altri modi, e altri punti di vista, perché ognuno di noi porta come arricchimento agli altri la propria visione del mondo e la propria esperienza.
Nel mondo ci sono tanti villaggi così: auguro a chi lo desidera fortemente di scegliersi la propria meta vicina o lontana.