venerdì 6 marzo 2015

Turalei Sud Sudan: diario di un viaggio agli estremi del mondo

di Tiziana Viganò

primo capitolo del diario di un mio viaggio del 2008 in un villaggio sperduto che ormai è stato travolto dalle guerre terribili che insanguinano da decenni il Sud Sudan.

Da un po' di tempo la vita che conduco in Italia mi sembra povera di significato e colma di difficoltà continue, che vedo per lo più intrinseche nel modo di vivere del nostro paese. Difficilmente posso influenzare questa parte del mondo esterno, anche se con qualche accorgimento posso difendermi o accettarlo o selezionare nell’ambiente solo ciò che mi serve: ogni giorno però mi affatico a risolvere problemi che non mi sembrano reali, ma sovrastrutture di una società complicata e distonica. Soprattutto mi sembra di sprecare energia senza utilità.
Sono alla ricerca di un significato profondo, e questo per me vuol dire andare all'essenza, semplificare, togliere, se mai è possibile, quello che nasconde verità alle cose.
Non riuscendo ad arrivare a capo di questo problema filosofico, ho cominciato a pensare che fosse necessario iniziare rompendo gli schemi abituali del vivere, e mi sono guardata intorno.
Così ho cominciato ad esplorare il mondo africano: di fronte ai fatti terribili cui si assiste in questi paesi massacrati dalla guerra, mi piace insistere non sulla distruzione, ma sul passo seguente, positivo, la costruzione di qualcosa di nuovo. Così come succede in Natura.
Dopo una fase della vita conclusa, dopo uno stress, il cambiamento non è mai facile, ma senza questo passo indispensabile non c'è evoluzione, né speranza nel futuro, in qualunque campo della vita e in qualunque luogo. Così come succede nella persona umana, che ho studiato, praticando, soprattutto nell'ambito della psicologia, della comunicazione e delle conseguenze dello stress nel campo psicofisico.

Pian piano ho deciso che avrei dovuto vedere con i miei occhi e accedere alla realtà di un paese dell'Africa Nera secondo modalità che non avevo mai sperimentato."Porta itineris longissima esse dicitur" - la porta, l'inizio, è la cosa più lunga del viaggio - ma prima o poi nella vita è utile intraprendere un percorso significativo per sé, un viaggio interiore.
Non è necessario andare così lontano, come ho fatto io e tanti altri come me, spinti da un naturale impulso ad esplorare l’ignoto, ma un viaggio è metafora della vita, rivela chi siamo, le nostre risorse, le nostre capacità, ci fa conoscere il meglio e il peggio di noi.
Turalei
Un luogo così svela le maschere. E mentre siamo in uno spazio sconosciuto e lo guardiamo, lo spazio e la gente guardano noi, e rispondono in un modo che ci rivela meglio chi siamo.
“Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”, come diceva Bruce Chatwin, un instancabile e irrequieto viaggiatore, e così sono partita.
Un viaggio di ricerca si fa da soli, ma se troviamo condivisione è stupendo.

Sono così partita per il Sud Sudan, nel novembre 2008. La realtà a Turalei è durissima, spesso drammatica, ed è la stessa di tre quarti del mondo...cadono molti veli che oscurano la vista e molte lenti deformanti: io sento che qualcosa mi rode dentro contro questa mostruosa ingiustizia e i tamburi lontani che sento ancora suonare con ritmi forti e potenti mi spingono ad agire, qui ed ora, nel modo che è più consono al mio saper essere e a quello che so fare. Perché ora non ho più la scusa di non sapere.


Bisogna dar voce a chi ce l'ha troppo sommessa perchè il mondo la senta in mezzo agli urli dei mass media che rincorrono i "grandi problemi del mondo".
Di tanto in tanto si sente qualche giornalista parlare dell'Africa, ma principalmente per raccontare la generosità del mondo che manda aiuti sotto forma di cibo per scaricarsi la coscienza, per sentirsi buono. Invece, nella realtà, cerca ancora di rapinare il Sud Sudan del mare di petrolio che sta sotto i piedi di un popolo che muore di fame. Nell'antichità l'oro, poi gli schiavi, ora il petrolio, domani l'acqua. Finirà mai?
Di fronte alla vastità dell’Africa e dei suoi problemi così complessi, parlerò di una realtà piccola, ma significativa, esempio di milioni di altre realtà simili.
Dove c'è penuria di tutto ogni cosa diventa preziosa, niente è dato per scontato, ci si abitua a dare alle cose l'importanza che hanno davvero; ci accorgiamo che anche gli oggetti di cui non possiamo fare a meno hanno soltanto il significato che noi vogliamo attribuirgli.

Ho sperimentato che potevo fare a meno di tantissime cose, perché semplicemente non c'erano: quindi mi sono resa conto che sono utili, piacevoli, è meglio averle che non averle, ma non sono necessarie. La semplificazione, in questi luoghi africani, è al massimo. 
Cercherò di descrivere Turalei con i miei occhi, i miei sensi, le mie orecchie e con quello che so: non metto in dubbio che ci siano altri modi, e altri punti di vista, perché ognuno di noi porta come arricchimento agli altri la propria visione del mondo e la propria esperienza.

Nel mondo ci sono tante Turalei: auguro a chi lo desidera fortemente di scegliersi la propria Turalei, vicina o lontana.

IL VIAGGIO VERSO TURALEI

Il lunghissimo viaggio verso questa meta è una metafora di come ci si debba avvicinare a una realtà così forte e brutale per i nostri occhi di occidentali, abituati a considerare i problemi della sofferenza e della morte come qualcosa da rimuovere velocemente dalla coscienza.
La lentezza, se vissuta senza l' insofferenza che ci è abituale, permette di riflettere e di adeguarci, di giorno in giorno, di tappa in tappa, di ora in ora, a una realtà che va "digerita" a piccoli bocconi, masticati ed elaborati uno alla volta.
  
L’atterraggio a Nairobi è una sorpresa: i dintorni verdi e ben coltivati, una metropoli modernissima con grattacieli e parchi di vegetazione tropicale, ma con slums visibili dall’aereo. La città, su un altopiano di 1700 metri di altitudine, con una circolazione automobilistica incredibile - sicuramente il “passo d’uomo” è più veloce! - e un inquinamento record, è molto simile alle città occidentali, ma con qualcosa di particolare che mi colpisce, un’energia, una tensione verso il futuro e un fascino che faccio fatica a definire. Dagli alberi che ornano i viali e i bellissimi parchi, miriadi di uccelli – tra cui tanti marabù, grigi, enormi – stanno a guardare dall’alto l’umanità che passa a piedi o bloccata nelle lamiere roventi delle auto. Qua e là si intravedono vicoli con baracche vicino a centri commerciali eleganti, belle architetture vicino a luoghi sgretolati: una città enorme, piena dei contrasti che nel mio immaginario sono la vera rappresentazione di una metropoli, ovunque nel mondo, nel suo bello e bellissimo, brutto e bruttissimo, ricco e misero.

La savana
Da Nairobi il piccolo aereo di una compagnia privata porta i passeggeri verso il confine con il Sud Sudan, a Lokichoggio, attraversando verdi altopiani solcati da fiumi in secca e montagne con creste e speroni rocciosi. Spettacolare sul suolo il disegno a onde di alteterre nella faglia della Rift Valley,  che scendono digradando verso i laghi di Baringo - con al centro un’isola rotonda - e Bogoria: poco prima dell'atterraggio comincia la savana col suo colore uniforme a perdita d’occhio.
Lokichoggio è un posto creato dal nulla, a 30 chilometri dal confine col Sudan, come base ONU durante la guerra: ora serve ancora per le organizzazioni umanitarie che dal mondo sono arrivate a soccorrere le popolazioni sudanesi. Molte hanno un ufficio permanente, magazzini, linee aeree; da qui partono i voli e le truppe delle Nazioni Unite. Più a sud c’è il campo rifugiati di Kakuma, uno dei più grandi di questa zona, che accoglie migliaia di persone provenienti da Sudan, Congo, Somalia, Etiopia.
Loki è una grande baraccopoli con botteghe di lamiera ondulata, plastica e materiali di recupero, dove si vende di tutto, in mezzo a una spazzatura che rimane sul posto.
Anche qui mi colpiscono i voli degli uccelli: all'aeroporto, tra le innumerevoli carcasse di  piccoli aerei, tanti e tanti corvi fanno rabbrividire; invece altrove, nel confortevole lodge dove sostiamo, ci sono mille tortore con una macchia rossa sull'occhio ed elegantissime egrette bianche.

Con un'altra tappa si arriva a Juba, la capitale del Sud Sudan, sdraiata lungo il corso del Nilo Bianco: vuole vantare un aspetto da città, ma nel suo schema ortogonale, con numerose aree verdi, si vede un alternarsi di tukul, tipiche capanne a pianta circolare con l’alto tetto conico, casette bianche col tetto di lamiera ondulata verniciata di rosso e qualche edificio in muratura.

Atterriamo di nuovo sulla pista in terra battuta di Rumbek, con gli immancabili rottami degli aerei schiantati e ripartiamo subito per un’altra tappa. Pochi minuti dopo appare un largo fiume costeggiato da grandi paludi. Il suolo qui è pianeggiante: l'acqua scorre lentamente perché si scava il letto senza la forza della pendenza e cambia spesso il suo corso trovando nuove vie. I meandri vecchi e nuovi disegnano curve continue sul suolo, come nastri srotolati in un quadro astratto, dove predominano diverse tonalità di verde chiaro e di verdazzurro, alternati ai rossi e ai bruciati della terra e al color ocra gialla dell'acqua limacciosa.
La palude
Il Sud Sudan è il territorio della "grande palude", che gli antichi egizi conoscevano come il posto dove il suolo, inondato d’acqua senza limite, decretava la fine del mondo: le esondazioni dei numerosi fiumi lasciano il loro limo sul terreno, ma la superficie è immensa, difficilmente coltivabile e difficilmente raggiungibile, tanto che gli arabi l’hanno chiamata "grande barriera”, Sudd.
Per venti minuti l'aereo sorvola la savana completamente vuota, solo le nubi bianche e filanti creano ombre in movimento sul terreno: poi cominciano ad apparire minuscoli insediamenti, dapprima molto lontani fra loro, uniti da sottilissime piste battute dal cammino degli uomini. Più avanti piccole aree a forma quadrata o rotonda, unite tra loro da un reticolo fitto di sentieri, e poi ancora una lunga linea retta, di terra rossa battuta, come un'autostrada primitiva apparsa nel nulla.

Capanna Dinka
L'aereo si ferma ancora a Wau, una città discretamente estesa, anche questa con schema ortogonale: in mezzo ai tukul e alle casette si vedono campi da calcio. Le costruzioni e una grande area a magazzini terminano sulla riva del fiume Jur, attraversato da un ponte. Da lì la lunga strada rossa si apre a V e sembra perdersi nell’infinito.
Sulla pista di quello che, con un po’ di fantasia, sembra un aeroporto, saliamo su un cessna a dieci posti, con l'ala sopra la fusoliera.
Fuori città si vedono molti insediamenti vuoti e zone di savana con resti di incendi. Durante la stagione umida i pastori seminomadi costruiscono il loro insediamento, lo abbandonano all'arrivo della stagione secca per spostare le mandrie altrove, e incendiano le sterpaglie: una tecnica antichissima, che però impoverisce il suolo e accelera la desertificazione.

Il paesaggio non cambia da Wau ad Agok, ultima meta del viaggio in aereo, tranne qualche magra coltivazione di sorgo con rese infime.
Si vedono molti campi di rifugiati, qui. I combattimenti di maggio sono stati vicini e i disperati in fuga si sono trasferiti in questa città. Le loro capanne si distinguono nettamente dalle altre stabili, per la loro precarietà: gli sfollati, dispersi e sradicati dalla loro terra, dalla loro società, dalle loro tradizioni, non hanno più niente, niente da mangiare, niente di niente, spesso neppure la pentola in cui far cuocere un po' di polenta.



Scesi all'aeroporto di Agok, la solita pista sconnessa di terra battuta, saliamo sul pulmino guidato da Padre Victor, il sacerdote ugandese della Missione di Turalei e cominciamo il lunghissimo viaggio di quaranta chilometri per arrivare alla nostra meta. Impiegheremo circa tre ore, sulla infinita pista di terra battuta che dall’aereo si vedeva tagliare in linea retta la savana. Costruita dai cinesi e terminata nel 2007, collega questa zona con el-Obeid e Khartoum, centinaia di chilometri a Nord. Le inondazioni dei mesi scorsi, durante la stagione delle piogge, l'hanno ridotta a un percorso da rally: innumerevoli veicoli – compresi i carri armati -,  hanno lasciato profonde buche, in alcuni tratti la strada è franata e costringe a percorsi alternativi, ogni giro di ruota è un salto o uno scossone.
La scarsa velocità permette di osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. Capanne sparse o vicine l'una all'altra, molte sommerse - che hanno costretto gli abitanti a trasferirsi nel centro vicino -, acquitrini dove la gente pesca con qualunque mezzo, perfino con le zanzariere che erano state distribuite dalle organizzazioni per uno scopo ben diverso...
Nelle paludi splendide cicogne e gru coronate, egrette bianche e aironi grigi, ibis, sacri nell’antico Egitto; mucche, pecore e capre dovunque sembrano le autentiche padrone del territorio.
Sulla strada passano scassatissimi camion che ondeggiano pericolanti, con un carico umano inverosimile nel cassone posteriore, oppure pulmann stipati di gente, con una montagna di bagagli sul tetto: un fenomeno di equilibrio.
Impressionante il numero di persone in marcia: camminano e camminano, sono di tutte le età, uomini donne bambini, atletici e instancabili, quasi tutti con un carico da portare in bilico sulla testa.


Alla fine la nostra strada termina in una spianata enorme, dove il vento fa vorticare la sabbia chiara e il sole a picco offusca la visione: siamo arrivati a Turalei, nella “Main Street”.

(continua)

pubbicato su "VOCI DI PACE" rivista dell'UPF Italia numero di giugno 2014

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