mercoledì 13 gennaio 2016

"Era una notte buia e tempestosa..." di Alessio Bianchi a IL VIZIO DI SCRIVERE

10 gennaio 2016 - Seconda giornata tra scrittori a Rescaldina (Mi) IL VIZIO DI SCRIVERE -Sul tema "Era una notte buia e tempestosa" Alessio Bianchi, 19 anni, ha scritto questo bel racconto esoterico, pieno di mistero

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“Era una notte buia e tempestosa…” di Alessio Bianchi

Era una notte buia e tempestosa… Non avevo mai temuto i temporali, anzi, da sempre li ammiravo per la loro magnificenza e per il loro potere rilassante sulla mia psiche; ma quella notte era diverso.
L'aria gelida s'intrufolava in camera per accarezzarmi il viso: un contrasto perfetto con il calore coinvolgente delle pesanti coperte che mi sovrastavano. Non riuscivo proprio a chiudere occhio, anche perché un freddo già tanto accentuato a Novembre non si vedeva dai tempi della regina Elisabetta. Allungai la mano per aprire il cassetto del comodino e cercare disperatamente un fiammifero. Finalmente la stanza apparve un po' meno spettrale di come la stavo stranamente percependo, anche grazie al profumo di miele di una delle candele di zia Marge che conservo maniacalmente nel secondo cassetto del como'.
Mi avvicinai alla finestra: emanava un gelo penetrante. Il lato positivo del mio cattivo sonno era poter vedere il Surrey completamente addormentato, perdermi nell'oscurità dei campi di fronte alla mia casa e immaginare gli animali notturni del bosco immersi nella sua magia inspiegabile e unica. Sembrava che sognare ad occhi aperti fosse decisamente più facile che farlo coricata a letto. Chissà quali cose meravigliose accadevano nel buio della notte proprio mentre io ero lì, sola, nella mia grande casa. Quella casa che mai prima mi aveva turbata e messa in guardia come quella notte. Perché qualcosa di diverso, in realtà, c'era: un alone di mistero, una presenza.

Ma forse avevo solo bisogno di calmare la mente e rimettermi a letto lottando con me stessa per non finire a guardare il soffitto tutto il tempo. E proprio quando finalmente decisi di marciare sconsolata verso il materasso, qualcosa catturò il mio sguardo: la porta era socchiusa.
« Ma che diamine…? » pensai. Ero sicura avessi chiuso la porta a chiave, come facevo ogni sera. Lo sgomento iniziale si trasformò in una certezza: la sicurezza interiore che il momento era arrivato. Prima di quella notte non sapevo in che modo sarebbe accaduto, sapevo solo che il momento sarebbe giunto. Così, per un attimo, il mio pensiero andò alla mia cara nonna e alle sue dolcezze. Ricordai la saggezza dei suoi insegnamenti su quelle entità che abitano i piani più sottili e che sono meno facilmente percepibili della terra e con questo calore nel mio cuore, attraversai la porta che conduceva al corridoio.

Aprii con una lentezza spropositata la porta, curiosa e allo stesso tempo timorosa. Mi fermai qualche secondo con la candela in mano e lo sguardo fisso in avanti.
Non era la prima volta che ne vedevo uno di Elementale (1) ma di sicuro fu quello che mi colpì più di tutti per la chiarezza e la retorica della sua forma: una piccola volpe con una zampa storta avvolta da un alone bluastro era alla fine del lungo tappeto verde del mio corridoio, sdraiata a terra e sconsolata come se avesse smesso di credere nella sua esistenza, come se si volesse lasciar morire. Mi avvicinai con cautela per paura di perdere l'occasione di parlarle.
« Oh povera creatura, che fai lì in terra? » domandai. Senza dubbio mi avrebbe risposto.
« Non vedi? » ribatté seccata, « Mi lamento con me stessa e mi dispero per la mia ingenuità. Per mia testardaggine e intenzione non seguii i miei istinti e urtai la zampa attraversando un fiume per arrivar dalla sponda opposta.».
La voce era chiaramente femminile e le parole venivano proferite senza che la creatura movesse un muscolo, come se risuonassero nella mia mente.
« E perché mai prendesti questa infausta decisione, piccola volpe? »
« Per dimostrar ai miei fratelli cuccioli che io sola potessi oltrepassarlo con abilità, pur andando contro a quell'istinto che mi proteggeva dal farlo. Infine, lo feci e la corrente mi buttò su una roccia violentemente e persi il moto della zampa sinistra. Non fui volpe quindi prima per non aver assecondato il mio istinto e non lo fui mai più dopo per aver perso l'abilità di spostarmi con destrezza. Questo mi affligge e mi costringe a star qui. »
Rimasi ghiacciata in piedi a stillare qualche lacrima e riemerse tutto, tutto quanto.
« La tua storia mi ha commosso, piccola creatura, ma una domanda mi si presenta: hai mai tentato di tornare a muoverti?
« Non ne ho il coraggio né la giusta forza per farlo… Prima, incantavo gli altri animali con le mie corse che somigliavano a danze. Con i miei movimenti, portavo gioia e luce in tutto il bosco e sogni e stupore ai bambini delle case vicine ad esso. Ma i miei fratelli, invidiosi di tutto ciò, mi schernivano abbattendo il mio entusiasmo fino a che non mi chiesero di passare il fiume. ».
Chiusi un attimo gli occhi e mi immersi nel mio passato. Rividi me stessa al pianoforte le sere di Natale, nella chiesa del paese a far sorridere gli amici con le mie canzoni, nei pomeriggi estivi nella villa della zia Marge. Poi i 14 anni e la scuola: mio padre che voleva imparassi a far di conto per poter lavorare nella sua società a Londra, la pressione delle sue parole e le mille parti di me che iniziavano a reprimere sempre di più il mio amore per la musica. Il mondo che si faceva sempre più “bluastro” come l'alone che contornava la volpe. E poi il trauma, la sera del compleanno di mia madre quando suonai la piccola suite che le avevo dedicato in stile barocco, che ama tutt'ora. È lì che ho voluto dimostrare alle parti razionali di me (i fratelli della volpe) che potessi sfidare mio padre (il fiume) pur sapendo che avrebbe preferito smettessi di suonare per imparare tutto ciò che mi avrebbe portato a finire nella sua maledettissima società di Londra.

Così tornò a casa quella sera e vide i libri di algebra chiusi sulla mia scrivania e me al piano con la mamma che mi baciava luminosa. Sbattè la borsa a terra e mi picchiò con le sue parole pesanti. Per lui non avrei potuto far altro che rovinarmi la vita con la musica, dato che le donne non hanno futuro né come compositrici né tantomeno come pianiste. Mi paragonò ad una zingara, a una cantastorie, a un pagliaccio inutile. È lì che urtai la mia zampa sinistra (sinistra perché della creatività e dell'intuizione) e finii per smettere di suonare col tempo specializzandomi in matematica finanziaria. Non ho mai rinnegato i miei studi, né il lavoro che faccio ora; ma sapevo benissimo che reazione avrebbe avuto mio padre quella sera e ne è conseguito che negli anni successivi avrei iniziato ad avere il terrore, la fobia di sedermi al mio strumento anche solo per sfiorarlo come si fa tra innamorati nelle giornate calde di Agosto. Così ora avevo una bella casa, vestiti eleganti, corpetti costosi e capelli con piume degli uccelli più esotici… ma avevo represso ogni atto creativo, anche le vecchie tradizioni della Dea Madre che mi insegnava la nonna quando ero piccola.
« Oh cara, misera volpe… Come ho potuto lasciarti lì a soffrire? Come ho osato non farti più divertire per i prati e per il bosco insieme agli altri animali? Dimmi, dimmi, te ne prego, cosa debbo fare perché tu mi perdoni?»
La piccola si alzò sulle zampe, tutte quante. La luce diventò rosea e piacevole e sempre più intensa e la creatura disse:
« Scrivi la mia storia con cinque righe, 2 bemolli e tre quarti (2) e perdona tuo padre. Ormai, è molto più vicino a me di quanto lo sia a te (3). Non dimenticarmi mai più o mi ritroverai a disperarmi su questo tappeto umido anche il prossimo 12 Novembre. »

È grazie a quella notte, buia e tempestosa, che scrissi un bellissimo valzer in si bemolle che sarebbe stato il primo di una lunga serie di brani che mi portarono a sentirmi ancora una piccola volpe dopo anni e anni di notti insonnie e dopo troppi centimetri di polvere sul vecchio piano di casa mia.
Ritrovai anche il coraggio di andare a trovare mio padre al cimitero di Highgate tutti gli anni il 12 di Novembre, il giorno in cui lasciò me e mia madre, pensando a tutti momenti passati assieme ad organizzare i nostri progetti. Con questa esperienza ero riuscita anche a cambiare il mio passato, i momenti lavorativi intrisi di freddezza vissuti con un padre che prima vedevo accecato dal progresso e dagli affari e che poi percepii come qualcuno che aveva semplicemente fatto il suo gioco in questa mia vita.
Senza di lui, non avrei mai amato tanto quella notte buia e tempestosa.
 
Note:
1: Un Elementale è un'entità che si viene a creare sul piano astrale a causa di continui pensieri o emozioni indirizzate ad un fine conscio o meno; è pertanto direttamente collegato al suo creatore. In questo caso, la protagonista ha creato un Elementale tramite i continui pensieri riguardanti la sua esperienza.
2: sono tutti termini musicali: le cinque righe sono il pentagramma, i due bemolli sono l'armatura di chiave e i tre quarti il tempo (tipico del valzer).
3: si riferisce al fatto che, essendo un'entità astrale, sia molto più vicina lei all'ormai defunto padre rispetto alla protagonista