mercoledì 3 febbraio 2016

"Di libertà e d'amicizia": racconto di Susanna Brigada per IL VIZIO DI SCRIVERE

 10 gennaio 2016 - Seconda giornata tra scrittori a Rescaldina (Mi) IL VIZIO DI SCRIVERE – un racconto pieno di poesia scritto da Susanna Brigada

 pagina facebook: Il vizio di scrivere (prossima giornata in marzo, seguiteci!)

Si presentava lì,  quasi sempre quando Anita meno se lo aspettava. Il campanello della porta  di casa aveva un suono lungo  e pesante,  lei lo avvertiva poiché il cuore le si faceva all’improvviso cupo e presente come se una pietra fosse sprofondatale nel petto così,  all’improvviso.  Allora apriva la porta incerta e titubante  e lui era  sempre lì, altissimo ingombrante a dismisura, con quei  lunghi capelli annodati in molte e  piccole disordinate treccine, miste a strisce di colore e  con quell’abito da clown, o da zingaro o forse da bizzarro personaggio di non so quale opera teatrale. Di certo a lei Orazio appariva così,  come un fulmine a ciel sereno, una sirena  impazzita nella notte, una burrasca improvvisa.
Entrava da quella porta come dovesse attraversare un cunicolo stretto e poco agevole, poi, dopo essersi agitato in una danza di gestualità scomposte e  teatrali e in una valanga irrefrenabile di parole dal tuono infuocato, si sedeva  finalmente  sul divano e si calmava,  mentre lei aveva raggiunto il culmine della sua silenziosa pazienza.  A quel punto  ad Anita sembrava che Orazio  perdesse parte delle  sue caratteristiche: diminuisse  di altezza, perdesse parte delle sue stravaganze: davanti a lei sembrava apparire  un essere normale. Lui si definiva il suo migliore amico il suo più abile consigliere,  ma Anita non capiva proprio perché quel malessere che  la sovrastava sopraggiungesse proprio quando era in presenza di Orazio. Spesso si trovava sola nella sua camera a riflettere su alcuni valori dell’esistenza,  sull’amicizia,  la libertà, sul valore dei sentimenti e di come potessero influire sulla vita, la sua e quella degli altri, ma lei era una ragazzina di soli 15 anni e ancora conosceva poco della vita e del mondo. Orazio era suo amico si, Il suo bizzarro amico interiore.  Un giorno Anita esasperata  chiese ad Orazio di quietarsi, anzi lo zittì con una forza e una determinazione che fino ad allora non aveva conosciuto. Le disse che ora avrebbe parlato lei,  che toccava lei agitarsi tanto e lui avrebbe dovuto solo  ascoltarla. Così le puntò un dito tremante e disse: - Tu! che sempre mi importuni con le tue richieste, con le tue proteste, con le tue critiche, ora ti prego Taci!!! Sono stanca delle tue improvvise invadenze, non mi permetti di riflettere veramente con il cuore,  è come se tu fossi ,come dire,  un giudice piuttosto che un amico ed è proprio questo che io non voglio.- Io, disse Anna, con le lacrime che quasi le solcavano il volto in sottili e rossastri rigagnoli , io voglio un amico!!! Anche se  non so e lo dico a te,  che sembri sapere proprio tutto,  non so dove,  in quali profondità della vita reale posso scovarlo. Tu non sei un amico reale, lo capisci! Con te non posso confrontarmi, a volte, a volte sembra persino che non mi voglia bene! Sembra che tu colga ogni occasione per spingermi sempre più a terra, sembra che tu mi voglia vedere strisciare  come in un mare di serpi che si muovono  disperatamente  l’una sopra l’altra in uno spazio rubato e senza speranza.-  Così si sentiva Anita, terribilmente infuriata, terribilmente sconvolta, mentre Orazio rimpiccioliva ora  sempre  di più quasi a diventare un puntino inconsistente e innocuo nelle pieghe del divano di casa.
 Anita era spesso sola a casa, anche se a Buenos Aires   faceva parte di una famiglia benestante ed agiata della capitale, tuttavia  si trovava spesso sola nella sua grande casa poiché i genitori erano spesso fuori per lavoro.  Gran parte delle giornate le passava in  compagnia  di un simpatico gattino dal pelo folto e screziato di grigio e l’infaticabile Mary:  la governante.
 Quella sera di tarda estate decise di lasciare i libri sulla scrivania  nella sua camera e di uscire senza meta,  forse anche per dimenticare un po’ il litigio profondo e la delusione provate nel suo dialogo inconcludente con Orazio.  Senza rendersene conto si addentrò nei quartieri della periferia della città mentre il suo sguardo non faceva altro che seguire l’orizzonte che sconfinava oltre l’oceano calmo.  La sua attenzione fu allora distratta all’improvviso da un ragazzino  che correva alla disperata ;aveva fra le mani un oggetto che a quella distanza non le era chiaro, correva, cadeva e si rialzava di nuovo  finche  sparì oltre una siepe.  Anita si avvicinò con il cuore in gola, non si era mai così tanto allontanata da casa,  vide lì dietro quell’arbusto spinoso, un ragazzino spaventato , dagli abiti stracciati e sporchi e fra le mani la carcassa di un pollo .- Cosa fai perché ti nascondi.. chi sei? chiese Anita- Sono Paolo,  vai via,  sennò mi prendono e mi fanno secco!- rispose lui guardandola di sottecchi - Chi?-chiese Anita-  Gli operai,  quelli che stanno costruendo quelle case non vedi?  Dirigendo lo sguardo verso il quartiere più alto della zona. - Quindi hai rubato il pollo!- Certo devo pur mangiare io!- rispose il ragazzo. In poco tempo Anita venne a conoscere la storia e la vita di un ragazzino della  favelas.  Tutte le sere Paolo, quello era il nome del ragazzo,  e Anita s’incontravano nei pressi della periferia urbana e lui aveva sempre tante avventure da raccontarle.  Conosceva tantissimo della vita e della natura, sapeva tutto sugli animali del posto conosceva le abitudini e il coraggio per la sopravvivenza che avevano tutti quelli che si dovevano adattare a quell’ambiente e a quelle condizioni.  Anita vedeva in lui ,  nei suoi sorrisi spontanei e chiassosi l’aspetto reale e nuovo di una libertà e di una fiducia di vivere che lei nel suo benessere non aveva mai conosciuto.  Paolo non conosceva alcune parole della vita: ad esempio non capiva il significato di ambizione, non sapeva nemmeno cosa fossero le regole, le limitazioni del tempo. Per lui lo scorrere della vita era come lo scorrere del giorno che rincorre la notte. Osservare la nascita di una pianta e la sua sopravvivenza,   l’attenzione ad un fratello o ad un amico malato cercando di fare il possibile per alleviargli il dolore e la fatica,  magari costruendo dei giochi creati con pochi oggetti di metallo trovato qui e la nel quartiere, o con la corteccia degli alberi, oppure  sovrapponendo vecchie stoviglie,  al fine di ricavarne una piccola scultura spesso divertente e fantasiosa. Soprattutto Paolo le comunicava qualcosa che lei non aveva mai conosciuto. Lui era in relazione: era in relazione con il suo Ambiente,  con la sua gente, ma senza consigli o critiche, lui era solamente presente con tutto sé stesso, lì solo per ascoltare, vedere, abbracciare, sorridere.  Era in relazione con la natura e gli oggetti,  sapeva vivere con essi dandogli un significato operando perché alla fine tutto fosse una stupefacente creazione.
 Lui e il suo mondo erano una cosa sola.  Anita aveva finalmente compreso che quell’amico,  per il quale ora nutriva sentimenti profondi e teneri, gli era stato regalato, o meglio lei lo aveva chiesto e il destino, che mai guarda gli interessi di parte o fa i conti con le convenzioni sociali, le aveva magicamente rivelato.  Paolo non era come lei, non proveniva dalla sua stessa esperienza,  non aveva una famiglia come la sua, eppure  Paolo era un amico e soprattutto era libero, libero di amare, libero di creare, libero di conoscere,  libero dalle convinzioni rigide e dagli schemi  preconfezionati e indiscutibili che lei aveva conosciuto fino ad allora. Capitò un giorno che l’appuntamento  serale alla scogliera mancò della presenza di Paolo. Anita corse al villaggio,  nessuno sapeva niente di lui. La famiglia era preoccupata,  pare fosse uscito la sera prima e non avesse fatto ancora ritorno. Tanti lo stavano cercando. Anita angosciata cercò di capire, di ricordare,  cercò un indizio dentro di sé che potesse far luce a quella inaspettata scomparsa. In quel preciso momento Anita  vide comparire davanti a sé la figura di Orazio, non era così grande, anzi era alto pressappoco come lei, non era agitato o irrequieto, anzi era stranamente calmo e composto. Avanzava con qualcosa fra le mani guardandola fisso negli occhi.  - Ciao Orazio,  è tanto che non ci incontriamo cosa porti con te?- chiese Anita intimorita e affannata - Tu  mi hai chiesto di essere silenzioso ricordi? Ti sei tanto infuriata perché stessi zitto ricordi? io l’ho fatto Ma ora sono qui perché tu mi hai chiamato,  hai chiamato questo Orazio! - Non capisco!-  disse Anita -Tieni Anita! È per te!-  Aveva fra le mani un gabbiano, un piccolo  gabbiano ferito e morente- Tieni me lo ha consegnato Paolo. Ha detto che ci penserai tu a salvarlo,  lui questa volta non c’è riuscito-  Orazio depose il piccolo uccello su quella terra  scura e profumata  di sogni, di speranze, di vita e in un attimo sparì alla sua vista.  Anita dopo un attimo di sgomento cominciò a capire.

Verso sera trovarono sulla riva del mare il corpicino abbandonato ed esile di un ragazzino,  trasportato probabilmente  dalla risacca . Il viso era sereno quasi sorridente, non aveva ferite.  Furono solo abbracci, non ci furono parole, né tantomeno rabbia. Quello che Anita sentiva dentro di sé era solo una  grande forza ritrovata in quei caldi e numerosi abbracci,  come fosse uno solo ma tanto forte da sostenere il pianto del mondo intero. Lì fra quella gente e fra quel dolore composto e sereno riapparve Orazio.  Anita le corse incontro e lo avvolse a se come fosse un abito multicolore che desiderava ora fortemente  indossare. Paolo le aveva silenziosamente  insegnato che amicizia e libertà sono una sola cosa  che vive dentro di te,  in ognuno di noi,  solo quando abbiamo perdonato e abbracciato il nostro Orazio.