martedì 23 febbraio 2016

"Lo chef" di Mauro Tonveronachi per IL VIZIO DI SCRIVERE

10 gennaio 2016 - Seconda giornata tra scrittori a Rescaldina (Mi) IL VIZIO DI SCRIVERE –Sull’argomento "Lo chef" Mauro Tonveronachi ha scritto questo racconto sulla cucina dei tempi andati, così buona, semplice, genuina.


pagina facebook: Il vizio di scrivere (prossima giornata in aprile, seguiteci!)


Lo chef, si sa, è il boss della cucina dei grandi ristoranti, anche qui alla Tela ce n'è uno. Masterchef è poi un noto programma televisivo sull'argomento ma non è certo il solo: la cucina ed il cibo in genere sono un argomento di grande interesse che viene sviscerato con diete povere o ricche di qualcosa, il problema della fame nel mondo, non ultima proprio in Italia, nella nostra Milano, s'è appena tenuto Expo proprio sul cibo e la sua equa ripartizione.
Da piccolo, per me lo chef era mio nonno, quello che bastonò il cane che mi aveva morso, che si stimava quando gli scrivevo delle lettere, che mi faceva alzare all’alba per andare con lui, col camion, e mettermi poi sulle sue ginocchia per farmelo guidare quando, al ritorno, eravamo sulla ‘nostra strada’. Erano gli ultimi chilometri di un strada di campagna piena di curve che conduceva ad un piccolo paesino di forse cinquecento anime, con due uniche strade: quella che attraversava il paese e ‘la variante’ che lo costeggiava e portava in montagna. Lì tutti avevano un soprannome e, la sera, erano soliti sedersi sulle panchine o sulle sedie messe fuori casa e parlare dei fatti della giornata. A quei tempi, proprio in centro, c’era ancora la casa di un contadino che lavorava per dei signorotti d’Ancona e, al posto dei nostri garage, aveva la stalla con le mucche e una stanzettina con le galline. La figlia portava in giro per le famiglie il latte appena munto mentre le mosche erano il partito di maggioranza. A quei tempi, solo nella locanda di mio nonno c’era la televisione e la gente arrivava a vederla la sera, mentre i vecchi giocavano a tresette: busso, striscio, ‘sola’ e per Pasqua si giocava a tirare il panforte sul tavolo: chi lo tirava più vicino alla fine del tavolo, senza che cadesse, vinceva. Che dire poi del tiro della caciotta, che veniva arrotolata con lo spago e tirata sulla strada in salita e con una curva o della famosa caciotta di mio zio che, seduto bello fresco sotto un albero in un pomeriggio d’estate, se la mangiò tutta e, non contento, alla fine si mangiò pure le croste... E poi battere il grano da questo o da quello e dopo, la sera, una gran mangiata e conseguente bevuta. Ed alzarsi alle quattro del mattino per andare a funghi e vedere l’alba in  montagna tra gli alberi, con del pane in bocca e il Baffetto che, per paura che fossero velenosi, li faceva assaggiare prima alla moglie non si sa perché, era così acida che tanto era immune o forse per farla fuori per ‘errore’. Già, a quei tempi succedevano quelle cose e mio nonno ne era al centro col suo camion e la sua locanda. Allora non c'era il menù alla carta: ravioli con ricotta e spinaci e poi polli, conigli, piccioni, anatre e le verdure del campo. Ricordo che per prendere la ricotta si andava da un contadino che abitava su di una collinetta e non voleva nemmeno denaro ma altri generi alimentari: il baratto in pratica...
Una sera d'estate ricordo che ci fu anche un episodio goliardico: dopo aver battuto a calcio la squadra del paese vicino, nottetempo vi andammo in macchina a fari spenti spargendo sulla via principale le piume delle galline spennate quel giorno.
Ribadisco, sarò anche un rozzo ma non ho mai mangiato meglio che in quella locanda e per me mio nonno era lo chef del paese.
Ma forse in ciò ci sono anche significati più profondi: a mio parere lo chef non deve essere solo quello che 'sa' di cucina ma colui che sa far star bene le persone innanzitutto con cibi genuini e poi con estro, fantasia e comunicazione.
Cibo è piacere, è vita, vivere bene vuol dire anche mangiar bene...