mercoledì 27 aprile 2016

“Una nave verso…..” racconto di Claudio Bossi per IL VIZIO DI SCRIVERE


Il vizio di scrivere – 17 Aprile 2016 - Biblioteca di Rescaldina - per aver sorteggiato l'argomento "Verso" Claudio Bossi  ha scritto questo  racconto sull'intramontabile Titanic


Sarà che la lontananza nel tempo conferisce quella patina color seppia agli episodi, ancor più se storicamente importanti ed emotivamente coinvolgenti come fu l’affondamento del Titanic, rendendoli quasi retorici racconti dal valore magico-simbolico, impregnati di significati. Episodi che sfuggono a chi la storia la sta effettivamente vivendo. Eppure, quel che accadde in quella sciagurata notte tra il 14 ed il 15 aprile di 104 anni fa, quando “l’inaffondabile” andò a fondo nel giro di neanche tre ore, lasciandosi dietro urla disperate in una scia di morte, disperazione e detriti disseminati negli abissi marini, non può non richiamare immediatamente il dramma più nero verso il quale il mondo intero si stava avviando, con tutta la baldanza concessa dalla Belle Epoque. Non conoscendo, ancora, quale orrore poteva essere generato dalle nelle mani dell’uomo, attraverso le
nuoveconoscenzescientifiche.
Quella del Titanic è stata ed è la tragedia maggiormente impressa nell’immaginario collettivo. Una serie straordinaria e inquietante serie di errori umani, tracotanza e superbia portarono alla perdita della nave e soprattutto alla scomparsa di oltre millecinquecento persone.

Quello del Titanic, microcosmo della società dell’epoca con le sue tre classi, fu un viaggio che sapeva di eccezionale verso quel Nuovo Mondo che ai più sapeva di straordinario.

Era la nave più bella, la più lussuosa, la più grande e la più sicura mai costruita prima di allora, tanto da meritarsi il titolo di “unsinkable”.

Era una nave costruita per solcare le rotte del Nord Atlantico, rotte assai redditizie e frequentate in quegli anni di inizio XX secolo, anni che videro tante persone, tantissimi emigranti, attraversare l’oceano verso la terra promessa, l’America.

Indicazione di questo viaggio era l’odore penetrante di vernice fresca e i problemi con il riscaldamento nelle cabine di seconda classe. Il Titanic, tuttavia, era ancora più speciale per essere nuovo e pulito, e la sistemazione, in particolare per l’equipaggio e i passeggeri di terza classe era di un livello superiore rispetto al passato. Molti dei membri dell’equipaggio erano molto soddisfatti di essere sulla nave, tanto più che il recente sciopero del carbone aveva significato alti livelli di disoccupazione, anche se però ci sono stati casi di grossa perplessità o comunque di un certo senso di disagio verso quel viaggio. Furono, a questo proposito, diversi i marinai che si rifiutarono di imbarcarsi, dopo aver firmato regolare contratto; altrettanto numerosi furono i passeggeri che annullarono la loro prenotazione dopo averla sottoscritta con mesi di anticipo. Un viaggio che poi era già stato avversato dalla cattiva stella. La nave si era appena staccata dal molo quando, qualcuno dice per la mole della stessa, qualcun altro dice per un risucchio provocato delle poderose eliche del Titanic, che questi si stava scontrando con un’altra nave dal nome rievocativo di New York. Questo “mancato incidente” aveva provocato un ritardo di un’ora sulla tabella di marcia.

E poi il giorno dopo quando la nave si trovava al largo di Queenstown, Irlanda, dove il Titanic aveva fatto tappa per imbarcare altri passeggeri e altri sacchi di posta, un inserviente, un fuochista, ebbe l’insensata idea di salire in cima ad uno dei quattro enormi fumaioli della nave. Questa apparizione fu definita diabolica e comunque fu giudicata sintomatica di un certo nervosismo, di qualcosa che non andava per il verso giusto.
Senza considerare poi che un uomo dell’equipaggio aveva disertato, scendendo a terra, mimetizzato tra i sacchi postali: premonizione di qualcosa? E’ probabile l’uomo avesse scroccato un passaggio verso casa e scese quando il Titanic quando gettò l’ancora in Irlanda.
E di cose che non andarono per il verso giusto ce ne furono tante se si pensa anche che la nave era partita già con un incendio che covava, giù, nelle sue viscere. Incendio che si propagò per quasi l’intero viaggio. Agli uomini dell’equipaggio venne detto di non proferir parola per non allertare i passeggeri. Ed in effetti, quel 10 aprile del 1912 a Southampton, dove la nave sarebbe partita verso per quello che era stato definito il “viaggio del secolo”, qualcuno sentì odore di zolfo…
Si disse anche che la nave quando uscì dal porto, mettendo prua verso il mare aperto, fu seguita da uno stormo di gabbiani: per i marinai, per i più superstiziosi, era un segno, un verso non proprio positivo…
Troppe le coincidenze negative poi che hanno congiurato verso il finale drammatico.
Tutti hanno presente la scarsità di scialuppe installate a bordo; la fatale dimenticanza dei binocoli di cui necessitavano le vedette, eccetera. Ma tutti non sanno che il Capo Ufficiali della nave, tale signor Wilde, aveva tentennato a lungo prima di prendere servizio. Era talmente inquieto e talmente esitante verso “quella nave”, che aveva scritto alla sorella le sue avversità circa quel nuovo viaggio attraverso l’oceano. Cosa c’era che turbava i pensieri di quell’uomo, che fino a pochi giorni prima aveva servito sulla nave gemella ossia l’Olympic?
Vorrei anche sottolineare il fatto che al comando del gigante dei mari c’era un capitano, il Capitano John Edward Smith, un uomo di provata esperienza che aveva navigato per 26 anni in quelle acque. Personaggio talmente carismatico tanto che diversi passeggeri sarebbero saliti a bordo solo se a comandare la nave ci fosse stato lui, il comandante “J. E.”, altrimenti soprannominato il comandante dei milionari. Ma nonostante la sua nomea, quest’uomo con scarsa maestria, aveva guidato il T verso un crudele destino che avrebbe “lanciato” la sua nave verso un mito, una leggenda immortale che ancora oggi affascina e non smette mai di rilasciare particelle di verità sugli accadimenti di quella fatidica notte.
A questo punto mi sovviene soprattutto di pensare il coraggio dimostrato dai passeggeri di terza classe verso quell’assurda e tragica fine: un destino, come ho scritto nella prefazione del mio libro, che corre a mille verso l’ignoto e che spesso non è mai uguale per tutti. In mezzo all’oceano, con la nave che affondava, i milioni degli uni valevano quanto le tasche bucate degli altri.