domenica 8 maggio 2016

“Il senso del normale” di Orsetta Sophie Giordo per Il vizio di scrivere

Per "Il Vizio di scrivere" - Biblioteca di Rescaldina, 17 aprile 2016 - sull' argomento sorteggiato "la normalità" Orsetta Sophie Giordo ha scritto questo racconto metaforico ricco di fresche immagini.

Le indicazioni stradali che aveva in tasca e che aveva studiato nei minimi dettagli prima di partire, avrebbero dovuto portarla a destinazione senza alcun problema. Avrebbero dovuto condurla in tempo a casa dei suoi amici e permetterle di dare inizio ad un lungo, normale weekend di risate, relax e chiacchiere spensierate che da giorni stava aspettando con trepidazione.
Era normale per lei avere degli orari, dei programmi ben precisi da rispettare con la meticolosità di una lancetta su un quadrante, avere in testa sogni e prospettive, una strada liscia e ben distesa avanti a sé da percorrere già sapendo a quali bivi svoltare, a quali incroci fermarsi e per quanto tempo; il passato alle spalle, il rumore dei passi fatti un lontano ticchettìo.
Quella mattina aveva messo la sveglia, indossato gli abiti che aveva preparato la sera prima dopo un’attenta scelta tra le nuances di colore che l’armadio le offriva, aveva fatto colazione ed era partita in orario sulla sua tabella di marcia. Aveva rispettato le soste previste e si era anche rallegrata che un fresco sole primaverile accompagnasse la sua guida… “come da programma”- pensò -, “tutto nella norma”.
Poi giunse a quel bivio - l’ultimo segnato sulla sua cartina -, seguì le indicazioni e svoltò a sinistra.
E fu solo dopo aver percorso un faticoso e tortuoso tratto di strada che un dubbio atroce iniziò a pervadere i suoi pensieri: c’era qualcosa di sbagliato, non poteva essere quella la direzione, non poteva essere la strada giusta. A quel punto, dai suoi programmi, sarebbe dovuta essere quasi giunta a destinazione, davanti a lei si sarebbe dovuta aprire una distesa verde e assolata, una valle ondulata come una coperta al vento.
Intorno invece aveva soltanto un dedalo di fitti alberi altissimi che disegnavano ombre lunghe e imponenti, avanti a sé una strada sempre più stretta con curve sempre più spigolose come tante braccia piegate, gomiti da smussare. Sola, avvolta da una nebbia di silenzio, realizzò che forse aveva sbagliato strada… vi era qualcosa di anormale intorno a lei… non sapeva dire con precisione che cosa fosse… ma ne era certa.
Si fermò, prese il telefono dalla borsa per chiamare i suoi amici e si accorse che non c’era campo, guardò l’orologio che aveva al polso e notò con preoccupazione che si era fermato. La lancetta dei secondi era ferma, come in attesa, come sospesa, inerme; quella delle ore e quella dei minuti segnavano ancora l’ora in cui era partita. Non sapeva che fare, cercò di pensare più in fretta possibile, il cuore in gola, anche la luce diffusa dal sole sembrava stranamente uniforme, copriva tutto, le entrava negli occhi e nel cuore con placida irriverenza.
Cercò di ritrovare lucidità, mise in moto la macchina e decise che avrebbe continuato ad andare avanti, avrebbe trovato un cartello, magari un bar dal quale chiamare i suoi amici, avvisare del ritardo, qualcuno a cui chiedere indicazioni. Proseguì.
Fu così che arrivò, dopo un tempo indefinibile, ad una radura, una grande piazza erbosa disseminata di tavoli tondi sui quali erano state adagiate tovaglie dai colori sgargianti, punti di luce nel verde.
Tutto intorno bambini schiamazzanti, donne e uomini di ogni età, strani personaggi vestiti di colore e sorrisi che parlavano e mangiavano, ridevano, prendevano il sole, leggevano e si baciavano gli uni gli altri con naturalezza, come se quello fosse l’unico modo che avevano per stare insieme, per viversi e trascorrere il loro tempo.
“Ma in che posto sono capitata”- si disse tra sé e sé. Si avvicinò all’allegro gruppo e chiese dove fosse, che ora fosse. Gli sguardi che ricevette furono attoniti, occhi fissi che non sapevano cosa rispondere, che si domandavano il perché di quelle strane domande.
Solo una donna che in testa aveva un turbante arancione e decine di braccialetti sonanti ai polsi dette voce ai suoi pensieri: “Sei dove dovevi essere, perché non ti unisci a noi?”- disse.
“Ma io.. veramente.. dove sono? Dovrei chiamare i miei amici che mi stanno aspettando, credo di essermi persa”. Niente le sembrava normale, a tratti credeva di essere in un sogno… ma non riusciva a svegliarsi.
“Vieni, le ripeté la donna con dolcezza. Non essere spaventata.” E lei, quasi ammaliata, quasi rapita, la seguì.
E fu così che si sedette a tavola con loro, fu coinvolta nei discorsi, si fece strada tra gli sguardi senza bisogno di presentarsi, senza alcuna formalità, quasi la stessero aspettando. E non sapeva come, non sapeva spiegarsi il perché, ma iniziò a rilassarsi, ad abbandonare l’ansia del tempo, dello spazio, del sapere a tutti i costi, della morsa del controllo su se stessa e su gli altri.
Il sole continuava ad abbacinare i pensieri con la sua luce, perfino le ombre sembravano camminare lontano dai corpi da cui promanavano, come vivessero di vita propria, come fossero anime danzanti in mezzo a tutta quella pace ridente che era quasi tangibile, quasi afferrabile accanto a loro.
Anche il tempo le sembrava non andare per il verso giusto. Fino ad allora aveva pensato che fosse normale credere, dare per scontato che il passato vivesse alle spalle mentre il futuro correva libero davanti agli occhi, veloce e scattante per non farsi prendere.
Eppure, lì in quella radura colorata immersa nel sole, il tempo le sembrava non esistere, le sembrava non contare, le sembrava un cerchio su cui non esisteva direzione, una ripetizione di attimi che si susseguivano nella loro irripetibilità.
Tutto ciò che fino ad allora le era sembrata la normalità, la placida certezza in cui trascorreva i suoi giorni iniziò a sciogliersi, a diradarsi, a sembrarle lontana, sempre più inafferrabile.
E anche lei, piano piano, iniziò ad allentarsi, a rilassare i nervi, i muscoli, le spalle ed i pensieri. Tutte le sue certezze, gli schemi, le stanze protettive in cui si era rifugiata fino ad allora, persero di consistenza, si trasformarono in conchiglie piombate sul fondo del mare.
Solo un frammento di un pensiero ormai esausto emerse sulla superficie delle onde della mente… “la norma, ciò che esiste per legge, ciò che è prescritto per diritto e per uso, ciò che segna i confini della tranquillizzante normalità, forse altro non è che il modo che abbiamo per vivere senza domande cui rispondere, camminando a schiena dritta, senza timore di cadere, anime di soldatini in fila indiana…”…poi scivolò via, trasportato dalla corrente.