lunedì 25 luglio 2016

"La maschera": racconto di Ada Terrile per Il vizio di scrivere

Biblioteca di Rescaldina, 3 luglio 2016 - per "Il vizio di scrivere" Ada Terrile ha scritto un racconto ricco di emozione

Era una giornata afosa e a fatica Gianna saliva quelle scalinate di pietra. Sotto il sandalo sentiva il calore che emanava il gradino. Era infastidita e si sentiva stanca. Voleva riposare, fermarsi, sostare senza salire ancora. La guida sollecitava il gruppo ad affrettarsi perchè la giornata si stava rilevando più impegnativa del previsto. Erano partiti presto dall'albergo, ma nel tragitto avevano incontrato diverse difficoltà, compreso il passaggio di una mandria di bovini su una strada polverosa. Già in quella occasione Gianna si era chiesta se era stata una buona idea prenotarsi per quella escursione. La polvere era entrata dai finestrini aperti e le si era appiccicata sul viso e sulle braccia rendendola inquieta. Adesso ferma su quel gradino infuocato a riprendere fiato, si domandava ancora una volta che cosa l'avesse spinta in quel luogo. "Perché mi trovo in questa situazione? Perché sono arrivata fin qui?", Non aveva voglia delle solite vacanze al mare o in montagna.
Quell'anno voleva viaggiare, conoscere nuove realtà: aveva tempo e disponibilità economica. Aveva da pochi mesi terminato la sua vita lavorativa. Finalmente era in pensione! Significava essere libera. Nei primi giorni era euforica, s'alzava la mattina e non le sembrava vero di  non dover più correre dalla camera da letto al bagno, alla cucina per non arrivare in ritardo al lavoro. Poteva sostare tra le lenzuola e sentire il tepore del suo corpo, perdersi a osservare il sole che filtrava tra le tapparelle. Poteva indugiare davanti allo specchio ad osservare il suo viso e le sue espressioni. Poteva far colazione con calma assaporando il gusto del tè al gelsomino e la crosta di mele. Adesso voleva modellare la sua vita in modo diverso "Sono libera di fare quello che voglio!" si diceva. Era una sensazione grandiosa, quasi da far paura. Cadevano gli steccati della giornata-tipo e lei veleggiava tra mille pensieri e mille propositi. Di una cosa era certa, voleva viaggiare, realizzare un suo sogno antico, visitare l'Africa. Non aveva impegni famigliari, i suoi figli erano ormai cresciuti, avevano casa e vita propria e alle spalle un matrimonio concluso.
Iniziò a girare per le agenzie di viaggio, a raccogliere cataloghi che ammucchiava sulla sua scrivania, L'Africa era un continente esteso e da quegli spazi era partita l'avventura umana, così raccontavano gli archeologi. Proprio lì voleva andare a quell'inizio a quella terra. Non c'erano motivazioni logiche se non un impulso sotterraneo che partiva dal suo essere più profondo. Trascorsero alcune settimane poi si decise. Prenotati i biglietti aereo, preparata la valigia s'imbarcò in quella avventura spinta dalla molta curiosità e alcuni timori. Si mosse per raggiungere il gruppo che vociava e sbuffava nella salita. Finalmente si era arrivati alla meta: un grande monumento di pietra. Un tempio, stava spiegando la guida, una ragazza vivace, con occhi di fuoco e sorriso luminoso, che sapeva intrattenere piacevolmente il gruppo formato da persone di diverse nazionalità. Gianna tornò a respirare e a guardarsi intorno. Notò sul lato destro del muro una porta semi aperta e spinta dalla sua indomabile curiosità, non potè fare a meno di entrare. L'interno era buio e a fatica i suoi occhi si abituarono a vedere in quell'oscurità, mentre odori pungenti di spezie e di erbe le arrivavano al naso. Al centro della stanza sedeva una donna senza età fasciata in un vestito dai colori dell'arcobaleno. Provò disagio a quella presenza silenziosa, e rimase affascinata dai grandi occhi scuri, come carboni accessi, che la fissavano con insistenza. La sconosciuta sorrise e a Gianna parve di sciogliersi in quello sguardo, in quel sorriso."Tutta colpa del caldo" si giustificò. Provò una sensazione forte che le fece  quasi tremare le gambe, mentre il pensiero razionale la riportava sulla difensiva, Sospirò e pensò di uscire da quell'anfratto buio e misterioso, di correre a raggiungere il gruppo, la guida, che non si erano forse neppure accorti della sua assenza. Si girò verso la porta, scorgeva la luce fuori sempre più intensa ma i suoi piedi non ubbidirono, restando incollati al pavimento di terra battuta, come poco prima sul gradino rovente, sordi agli impulsi che la mente inviava per farla spostare da quel luogo. Intanto la donna s'alzò e sempre sorridendo con un gesto del braccio le indicò qualcosa. Gianna a fatica seguì le sue indicazioni e si mosse in direzione della parete. Sul muro non intonacato e con pietre a vista, posizionate da una sapienza antica, erano appese delle maschere.
Si fermò ad osservarle mentre la donna le si avvicinò silenziosa. Sorpresa, se la trovò accanto, sentì l'odore pungente della sua pelle e la stoffa del vestito quasi le sfiorò il braccio. Provò un brivido e il desiderio di scappare, ma non si mosse. Gli occhi di Gianna si erano abituati all'oscurità e nella penombra riuscirono a intravedere il volto della donna. "E' bellissima" pensò" come vive in un posto così isolato?". Guardò l'acconciatura dei capelli, osservò il suo portamento fiero, il suo sguardo fiero che aveva già incontrato, stupita, in altre donne africane. Solo in quei volti femminili aveva visto questa fierezza di esistere e di vivere. Nulla di simile nei volti di donne europee o asiatiche o sudamericane. Un pensiero fugace le attraversò la mente. "Chissà se Lucy aveva questo sguardo fiero?" Lucy era la nostra più antica antenata trovata durante gli scavi nel secolo scorso.
Non riuscì a formulare risposta perchè la donna la distrasse con la mano, voleva farle vedere qualcosa.
Parlavano lingue sconosciute e la loro comunicazione non poteva che avvenire con i potenti gesti del corpo. Gianna acconsentì col capo e concentrò l'attenzione sulle maschere che le aveva indicato la donna. Un fascio di luce illuminava gli oggetti appesi. Forse era stato aperto uno spiraglio di finestra. Erano volti fatti in legno o terracotta, Si soffermò sui dettagli: le bocche grandi, aperte, socchiuse, chiuse; gli occhi spalancati, aperti, socchiusi, chiusi. Più osservava  e più le sembrava che le maschere prendessero vita interagendo con lei. Passò a guardare gli orecchini appesi a lunghe orecchie, i colli ornati di collari, le strane acconciature sul capo. Ognuna era diversa, strana, incomprensibile.
"Che strano linguaggio" si sorprese a pensare " sembrano animate e che vogliano trasmettere qualcosa".
La donna , sempre al suo fianco, iniziò a parlare una lingua incomprensibile. "Che vorrà dirmi?"

Capì che la invitava a scegliere ma Gianna si schernì, negò col capo mentre istintivamente disse nella propria lingua" Sono tutte belle, non so, non ho portato tanti soldi con me" Pensava che la donna fosse in quel luogo per vendere le maschere ai turisti anche se nessuna insegna era appesa alla porta e nessuna persona, eccetto lei, aveva varcato finora la soglia di quella stanza. Ma la donna insisteva e intanto si avvicinava a una maschera invitando, a gesti, Gianna ad osservarla. Lei ubbidì e con suo grande stupore s'accorse di intravedere una certa somiglianza con se stessa. "Ma non è possibile!" esclamò. Quasi che la donna avesse capito, annuì con capo ridendo e lanciando in aria le mani in segno d'allegria. Si guardarono e la mimica facciale che apparve sui loro volti le sorprese e le avvicinò sul filo delle emozioni. La donna staccò dal muro la maschera e la mise nella mani di Gianna. Le loro mani si sfiorarono e vibrarono insieme. Un'onda di calore fortissimo attraverso il suo corpo. Le spuntarono le lacrime agli occhi ma non riusciva a capire perché. Spostava lo sguardo dalla maschera a sua immagine e somiglianza alla donna sconosciuta . L'abbraccio partì da solo. Si rifugiò tra le sue braccia, singhiozzando sempre più forte, in un pianto inarrestabile. Tutte quelle lacrime che scendevano copiose lavavano i dolori, le ferite del passato, le difficoltà di tutta la sua vita. Quelle braccia erano le braccia di tutte le donne che l'avevano accudita, accolta , quelle di sua nonna, di sua madre, di sua sorella, delle sue amiche. Le braccia che avvolgono sorreggono, sostengono, curano: braccia di donna, di tutte le donne , le migliaia di generazioni precedenti. "Ecco perché sono arrivata qui! Ecco perché dovevo venire in Africa dove sono partite le nostre origini". I singhiozzi lentamente si fermarono, si guardarono a pochi centimetri di distanza ancora incapaci di sciogliere il loro abbraccio. Un pensiero di consapevolezza l'attraversò tutta in quella stanza sperduta nella savana " C'è la nostra fierezza di donne da raccogliere in questo luogo che le donne africane non hanno perso, C'è la nostra fierezza di donne da coltivare e da portare nel tragitto della vita e nel viaggio nel mondo". L'abbraccio si sciolse e una nuova luminosità le avvolgeva entrambe mentre si salutarono come vecchie amiche. La donna le donò la maschera che Gianna raccolse sul cuore. Un attimo ancora, infinito, per sancire un legame profondo, poi Gianna raggiunse l'uscita e si mise alla ricerca del suo gruppo.