venerdì 15 luglio 2016

"Sinfonia nera in quattro tempi" di Tiziana Viganò, 2016, un giallo introspettivo sulla violenza tra i generi

recensione di Ornella Nalon su Gli scrittori della porta accanto


A lettura ultimata del libro mi sono posta la domanda: “Perché questo titolo?”. Non tanto per l'aggettivo “nera” che è chiaramente allusivo al genere dello scritto, né per la locuzione “quattro tempi” dal momento che è chiaro si riferisca al numero dei racconti in esso contenuti. È la parola “sinfonia” che mi è costata qualche minuto di riflessione, poiché consideravo criptico il suo accostamento ad un romanzo. Tuttavia, dopo avere valutato bene il testo, ritengo di avere compreso il senso, anzi, potrei dare due distinte interpretazioni.

Sinfonia, nella sua accezione più nota, altro non è che un brano orchestrale composto da più movimenti che, tradotto in parole povere, sarebbe un insieme armonioso di note che compongono una sonata. Dunque, poiché la nota sta alla musica come la parola al romanzo, considerando che quello di Tiziana Viganò è un componimento di parole ben misurate e armoniche, ecco che si può ben comprendere l'attinenza.
Per la stessa motivazione, si può comprendere la scelta del termine ricorrendo a un suo secondo significato che recita “disposizione armoniosa di elementi omogenei”.
Appurato questo, vorrei entrare nel vivo del testo.
Come detto in precedenza, si tratta di un'antologia di quattro racconti e questi sono accomunati da diversi elementi. In primis, dal loro genere, che si può tranquillamente definire giallo/poliziesco. Come ben si sa, esso prevede una numerosa variante di sottogeneri a seconda di quale aspetto venga messo in evidenza. “Sinfonia nera in quattro tempi”, per il carattere introspettivo dei suoi personaggi e laprofondità descrittiva degli eventi, si potrebbe definire psicologico, di certo ben lontano dal classico giallo colmo di violenza, di scene insanguinate e indagini a tutto campo. 

Il secondo punto in comune è rappresentato dalla massiva presenza femminileDonne vittime ma anche carnefici e pur, in questo caso, vittime a loro volta. Il loro lato criminale è la conseguenza di soprusi subiti, di depressione post partum, di uso di sostanze stupefacenti o di alcool, il tutto riportato non certo a giustificazione, ma come motivazione di un malessere profondo sfociato in un atto di violenza. Che poi, se ci addentrassimo nel profondo dei casi di cronaca reale, purtroppo frequenti, non si potrebbe dare una motivazione alla maggior parte delle pulsioni criminali? 
Dulcis in fundo, ciò che lega in modo indissolubile le quattro storie, è la presenza degli stessi investigatori, il cui carattere viene via via approfondito tanto da renderli del tutto umanizzati e da farli sentire parte delle nostre conoscenze. Non sono eroi onniscienti e indistruttibili, ma persone normali con tutte le imperfezioni e i limiti che caratterizzano ognuno di noi. 
Il maresciallo Adelio Rusconi, cosciente della sua prestanza fisica e del suo forte ascendete sul genere femminile, è un dongiovanni un po' vanesio e superficiale, ma di fronte alla triste storia di una collaboratrice, diventa tenero e finisce con l'innamorarsi. Prende la vita come un gioco e nonostante il lavoro lo metta di fronte a eventi drammatici, sa reagire e sdrammatizzare, pur restando concentrato e fedele alla sua missione di perseguire il crimine. Non eccessivamente estimatore dei mezzi scientifici d'indagine, preferisce dare ascolto al suo forte intuito che, il più delle volte, si rivela determinante.
Il brigadiere Tommaso Lo Monaco, Totò per gli amici, è profondamente legato alla sua bella terra d'origine, nonostante se ne sia allontanato da oltre trent'anni e della sua Sicilia se ne gusta i manicaretti che l'amata moglie gli prepara ogni giorno, a volte condividendoli con il maresciallo Rusconi. Legato da unaprofonda amicizia con il suo superiore, non si risparmia di prenderlo scherzosamente in giro per la sua inclinazione da seduttore e le sue molteplici attività sportive, passione che si guarda bene dal condividere. Ha un profondo senso della giustizia, per la trasgressione della quale userebbe un sistema punitivo ben diverso da quello imposto legalmente ma che, tuttavia, deve accettare in funzione della sua divisa.

Due personaggi perfettamente caratterizzati e simpatici con cui si riesce ad empatizzare da subito e che lasciano un'unica amarezza: quella di perderli dopo la parola “fine”. 
Consiglio la lettura di questo libro a tutti coloro che amano il giallo non particolarmente ansiogeno, in cui la componente umana e introspettiva è preponderante, unita a un'ottima struttura linguistica.

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