giovedì 15 dicembre 2016

un brano di "Sinfonia nera in quattro tempi" di Tiziana Viganò


Incipit di un'indagine del maresciallo Adelio Rusconi in "Sinfonia nera in quattro tempi", Una mente in nero, storia di una coppia dove i giochi di potere e l'incapacità di gestire la dipendenza portano a conseguenze tragiche e a una catena di omicidi che daranno filo da torcere al maresciallo legnanese.



Una cascata di capelli lunghissimi, mossi e lucenti, di un colore splendido, quello della buccia delle castagne, si incendiava di rosso alla luce del sole che entrava dalla finestra: della donna seduta alla scrivania si potevano vedere solo quella massa scura e luminosa insieme, due spalle curve come quelle di una vecchia o di chi si porta addosso il peso del mondo, le mani che proteggevano il viso dalla luce. Stava scrivendo e singhiozzava forte: le lacrime scendevano a bagnare il foglio.
Pian piano si calmò, continuò a scrivere, fece il punto finale sulla sua opera guardandola a lungo, poi si spostò davanti al pc portatile per copiare gli ultimi fogli scritti a mano. Si ravviò i capelli con le dita, li arrotolò e fissò in alto con una matita: finalmente il viso era libero.
Anna aveva una pelle bianchissima, efelidi sul naso e sulle guance, lineamenti di una donna ottocentesca dipinta dai Preraffaelliti, occhi verdi da gatta orientale ora arrossati e circondati dagli aloni neri del trucco sciolto delle lacrime.
Anche se il suo corpo gridava di desolazione era comunque bello, bellissimo.
Aveva ormai svuotato la sua anima e percepiva se stessa come dentro una bolla, che la difendeva e la proteggeva, ma non lasciava entrare né uscire nulla, come se fosse bloccata in un mondo dove solo lei esisteva.
Ora il suo libro era proprio finito, rilesse il finale appena copiato, lo stampò tutto in due copie e, senza più guardarlo, infilò i plichi in due buste, scrisse a mano gli indirizzi e il mittente, mise i francobolli adatti: li avrebbe portati subito all’ufficio postale. Scrisse anche due @mail alle Direzioni Editoriali di due note Case Editrici, allegò i file e cliccò l’invio.
Con la fatica di una vecchia signora dolorante per gli acciacchi, andò in bagno a lavarsi la faccia, truccarsi e vestirsi: sarebbe andata in fretta alla posta, era sabato e mancava poco alla chiusura, poi di corsa dalla nonna a prendere Mauro, il figlio di tre anni. Guardò l’ora e pensò di fare una telefonata con il cellulare. Nessuna risposta.

L’elegante studio, aveva i soffitti alti decorati con stucchi centenari, il pavimento di legno antico, scaffali stipati di libri dal soffitto al pavimento, un divano rosso sangue e un tappeto persiano in tinta, quadri preziosi alle pareti, tutti ritratti a olio. Alla scrivania era seduto un uomo in una posa rigida e fissa: tutt’intorno un silenzio assoluto e sospeso, che dava alla scena un senso drammatico, pur nella cornice elegante e opulenta.
Paolo De’ Carli aveva una bella massa di capelli bianchissimi, lunghi e un po’ arricciati sul collo, un volto con i lineamenti irregolari, occhi di uno strano blu cobalto, freddo come un mare nordico, incorniciati da un paio di occhiali dello stesso colore e da una raggiera di rughine, la mandibola pronunciata un po’ nascosta dalla barba bianca che lasciava vedere una bocca dura e sottile incorniciata da pieghe, ora accentuate perché strette dalla rabbiosa esasperazione da cui si sentiva invaso.
Lottava contro qualcuno che cercava di opprimerlo, manipolarlo… di invaderlo. Lui che da sempre era abituato a dominare, ad avere in pugno le situazioni, ad essere sempre il primo e l’unico.
Si alzò di scatto facendo ribaltare la grande poltrona rossa della scrivania, cominciò a camminare in tondo nello studio a passi pesanti, come un leone in gabbia, passandosi nervosamente le mani tra i capelli.
Aveva una figura armoniosa per i suoi sessant’anni, elegante e curato negli abiti morbidi e comodi che rivelavano buon gusto nel taglio e nei tessuti pregiati. Ma c’era un’energia primordiale pronta a esplodere sotto quella finta perfezione formale del corpo e dei lineamenti. Si avventò contro i grandi cuscini appoggiati al divano, cominciando a scaricare pugni selvaggi e urlando con tutto il fiato che aveva disponibile.
Nessuno accorse a quelle grida: la porta era imbottita e le pareti nascondevano pannelli insonorizzanti. Sembrava che il suo sfogo da belva scatenata non finisse mai: ma finalmente crollò ansimando, emettendo dalla gola un suono rauco e rotto, e giacque immobile sul tappeto.

...continua....

incipit tratto da "Sinfonia nera in quattro tempi"

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