lunedì 10 aprile 2017

"L'ottico di Lampedusa", di Emma-Jane Kirby

recensione di Tiziana Viganò

Un libro sulle migrazioni, per riflettere sui sentimenti che suscitano

Siamo abituati al clamore dei media nei riguardi dell’argomento migrazioni, sbarchi, naufragi: molto chiasso, polemiche assurde, denunce e diatribe, tantissime parole, pochi fatti. Il razzismo e la paura di essere invasi si confrontano con il tentativo di salvare i disgraziati che scappano da situazioni terribili – spesso inimmaginabili da chi se ne sta quieto quieto nella sua bella casa europea – con risultati per lo più discontinui, spesso poco efficaci se non in troppi casi, fallimentari. Perché fermare la migrazione è come fermare l’oceano con una piccola diga, e quello a cui assistiamo ogni giorno è solo la punta di un iceberg di cui non si possono prevedere le dimensioni.  Troppi dimenticano che la storia dell’uomo è storia di migrazioni, fin da quando il primo homo erectus, oltre due milioni di anni fa, ha cominciato a camminare e, partendo dall’Africa, ha colonizzato il mondo.

I dati sono incerti, ma a partire dal 3 ottobre 2013, giorno della strage di Lampedusa di cui si parla in questo libro, sono13288 (fonte UHNRC- Corriere della sera) i morti che vagano senza pace nelle splendide acque del nostro Mediterraneo, che ormai pare più un cimitero che la culla della civiltà. E i dispersi? Molti di più.

E’ un libro particolarmente interessante, “L’Ottico di Lampedusa” di Emma-Jane Kirby, reporter della BBC, per la quale ha lavorato come corrispondente estero, e corrispondente delle Nazioni Unite da Ginevra.
La voce della scrittrice è ben diversa da quelle di tanti suoi colleghi giornalisti, non si mescola con le irritanti grida, polemiche, diatribe: ci propone il dramma dei migranti da un altro punto di vista, si piega con pietà e compassione (cum-patior), condivide il dolore, coglie i sentimenti e le emozioni che suscitano negli animi i drammi di tanti esseri umani.

Una tonalità di scrittura discreta e per questo molto intensa permea le pagine del libro, quasi che la scrittrice avesse il pudore di entrare nelle anime dei protagonisti stretti nella sofferenza: ma si percepisce anche netta la sua partecipazione perché le pagine salgono di tono e di drammaticità fino a farci sentire le grida di dolore parossistico, urlate o silenziose, che penetrano nell’anima del lettore.
I dati sono incerti, ma a partire dal 3 ottobre 2013, giorno della strage di Lampedusa di cui si parla in questo libro, sono13288 (fonte UHNRC- Corriere della sera) i morti che vagano senza pace nelle splendide acque del nostro Mediterraneo, che ormai pare più un cimitero che la culla della civiltà. E i dispersi? Molti di più.

Il libro racconta una storia vera, realmente accaduta a Carmine, l’ottico di Lampedusa, un negoziante che ha cercato tranquillità nell’isola e un giorno di fine estate,  proprio quel terribile 3 ottobre 2013, decide di uscire in mare a pescare con un gruppo di amici: tra le onde, a poca distanza dalla terraferma, centinaia di corpi si dibattono tra le onde, in mezzo ai compagni morti. Gli otto amici, che fino a quel momento avevano solo ascoltato un po’annoiati le notizie degli annegamenti dei migranti nel Mediterraneo ora si trovano nel mezzo di un’azione di salvataggio estremo: su una barchetta da diporto, con un solo salvagente, recuperano quarantasei uomini e una donna vivi fino a che la Guardia Costiera interviene e li rimanda a terra.
Cosa avviene nell’anima degli otto salvatori?
Niente sarà come prima: il trauma lo sconforto di lasciare ancora tanti corpi ad affogare, il senso di colpa, la consapevolezza che la loro opera è stata solo un piccolo intervento in un mare di necessità, incubi, angoscia e depressione si alternano in questi uomini e donne che sanno che il problema è così vasto da non poter essere facilmente risolto e si sentono totalmente impotenti. Anche i sommozzatori esperti si ritrovano a piangere silenziosamente dopo aver estratto dalla stiva una serie di cadaveri che si tengono strettamente per mano e perfino una donna con un neonato attaccato al cordone ombelicale….
Un uomo normale racconta la sua storia, leggendo non ne conosciamo neppure il nome, perché è sempre chiamato “l’ottico”, perché potrebbe essere ognuno di noi. E simbolicamente, come per la sua professione, dà un punto di vista diverso su un argomento di cui tutti parlano ma poco sanno, il fattore umano, il senso della solidarietà umana, lo scavo delle emozioni, quello che più colpisce in questo bel libro che fa riflettere e scuote l’anima.

Salani editore
pagg. 196
€ 14,90