sabato 5 agosto 2017

"Acque dolci, acque salate": racconto di Giampy Calibano per Il Vizio di scrivere


sull'argomento "Acque dolci, acque salate" Giampy Calibano ha scritto questo bellissimo racconto sui salmoni - Biblioteca di Rescaldina, 11 giugno 2017

Billo nuotava tra quei vortici che si increspavano freddi, rompendosi in schiuma biancastra negli scontri tra le rocce. Erano giorni che risaliva la corrente. Aveva lasciato il mare al largo delle isole Faroe dove era cresciuto insieme ai fratelli. Era grande adesso. Si sentiva pronto, era tempo di tornare al suo fiume: il Leven.
Il suo nuotare sembrava una danza. Le pinne all’unisono con il corpo ondeggiante spingevano con forza lottando contro i flutti. L’energia accumulata nel periodo trascorso in mare andava mano a mano scemando.
Ma i fratelli correvano per risalire il Leven e lui li seguiva, spiando con occhio vigile le sporgenze appuntite che come trappole si trovavano lungo il percorso.
Goran era il capo branco e guidava il gruppo. La sua forza era immensa e ogni tanto incitava gli altri, mancava poco al traguardo.
Superate le ripide del Coen erano tornati a casa.
Leila aveva già fatto il viaggio e deposto le uova, li aspettava nascosta in un anfratto, in un raschio di fondovalle dove pasturava indisturbata.
Quando Billo arrivò a depositare il suo seme era stremato. Vide i piccoli sassi disposti a croce, sapeva che quello era il punto. L’alveo si era fatto più stretto e l’acqua molto fredda gli dava quasi dei piccoli brividi. Scosse il corpo con quanta forza gli era rimasta e il fluido che ne uscì andò a depositarsi sulle uova.
Ora poteva raggiungere Leila.
Il sapore fresco e pungente di quella mattina, quelle acque dolci che sapevano di casa lo tranquillizzavano.
Leila era un bel esemplare di salmone. Billo era cresciuto con lei. Con lei aveva imparato a catturare gli insetti a riconoscere i piccoli gamberi, a nascondersi tra i ciottoli melmosi.
Non fece in tempo a udire il segnale di Goran. All’improvviso gli mancò l’acqua, si sentì sollevato, non riusciva a respirare, un senso di soffocamento lo percorreva fino alla pinna caudale. Finché non ricadde sulla sponda del Leven, davanti alle zampe pelose di un Grizzly. Una luce accecante fu l’ultima cosa che vide, mentre le unghie affilate gli perforavano le branchie.
Tutto quello che rimaneva di Billo erano le uova fecondate di Leila e da loro nacque Ziggy.
La vita di un pesce non è diversa dalla nostra, da quando era uscito dal suo uovo, nascosto fra la ghiaia, Ziggy aveva scoperto un sacco di cose. Anche il suo corpo era in continua trasformazione. Non immaginate la sua meraviglia quando un giorno vide spuntare le prime pinne.

Era passato quasi un anno da quando aveva imparato a guizzare felice insieme ai fratelli e alle sorelle nell’alveo del Leven. Andava alla caccia di crostacei, senza essere mai sazio, era ritenuto dagli altri “un mangione”. Ma amava anche curiosare tra le rocce, saltare da sponda a sponda, fare lo slalom tra la bassa vegetazione acquatica che popolava il torrente.
Ziggy era un pieno di vitalità.
Da qualche giorno però non si faceva che parlare del mare, sembravano tutti impazziti e ansiosi di scendere verso il mare, sarà stata la primavera.
Non capiva per quale motivo bisognava lasciare il Leven, lui ci stava così bene, aveva imparato a giocare con la corrente. Sfidava gli altri a stare immobili nelle pozze del fiume, senza farsi trascinare.
Quando il primo gruppo partì lui li salutò indifferente.
Ma la curiosità incominciò ad agire e divenne come una piccola palla di neve che rotola fino a trasformarsi in valanga.
Forte dei suoi muscoli Ziggy decise di andare a conoscere il mare.
Dicevano che aveva un sapore diverso, un odore di sale che ti riempiva le branchie e poi c’era cibo, tanto cibo: molluschi e pesci di ogni genere.
Il Leven scendeva con salti e cascatelle che bagnavano le terre di Scozia, si allargava arrivato in pianura fino a formare un estuario a imbuto.
Ziggy annusava intraprendente quell’acqua salmastra. All’improvviso un'immensità di blu e solo acqua fino a perdersi, niente sponde, niente rocce.
Quell'acqua gli attraversava le branchie ed era diversa. Sì, era salata. Ma quanto era più facile nuotare in quelle acque, si sentiva più leggero e allo stesso tempo più forte, sentiva il sole diretto sulle squame che lo scaldava e lo riempiva di vigore. Dava dei colpi con le pinne fino a prendere velocità folli, zigzagando come un pazzo felice, ebbro di quella sensazione di libertà. All'inizio aveva avuto paura di quell'infinito, dell'ignoto a cui andava incontro, ma c'era qualcosa che non sapeva spiegare, una specie di attrazione, una calamita che lo faceva nuotare in quell'abisso, che lo spingeva a conoscere fino a dove c'era acqua.
Un mondo nuovo, con pesci di forme e colori diversi, che a branchi o solitari erano il popolo nomade di quei luoghi e poi grotte e anfratti dove nascondersi, dove vivevano molluschi sconosciuti, ma buonissimi, vegetazione che ondeggiava, colori cangianti e luci che si accendevano o spegnavano al passare delle nuvole.
Ziggy proseguì curioso finché sotto di lui non diventò impossibile scorgere il fondale e poi ancora più avanti dove le correnti spingevano forte, dove anche lui faticava a nuotare e sentiva sopra di sé il suono delle onde che ricadevano potenti.
Solo acqua intorno e la luce del sole a dare un po' di calore, niente confini.
Un'enorme, incessante, imponente distesa di blu.
- Ecco, questo era il mare - disse Ziggy
Nuotava fiero in quella sterminata quantità di acqua e non si faceva domande sul domani.





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