martedì 19 novembre 2019

"Natale con amore, Ortica e finale rosso passione" racconto di Tiziana Viganò per l'antologia "Natale a Milano-Libro rosso"


16 scrittori insieme per un libro sul Natale a Milano
ce n'è per tutti i gusti!

"Natale a Milano-Libro rosso" a cura di Fiorenza Pistocchi - 2019 Neos Edizioni
qui il mio racconto

Natale con amore, Ortica e finale rosso passione
di Tiziana Viganò

La sciora Rosa non avrebbe mai voluto abitare lì. In campagna, foeura, che più foeura de inscì se moeur.
C’erano sterpaglie, campi ovunque, coltivati in tempi antichi, roba da Medioevo, da Barbarossa... da barbari. Una tristezza, una bruttura, una schighera*... qualche casa appena costruita con le piastrelline quadrate a mosaico dai colori sbiaditi, che sorgeva isolata in mezzo alla desolazione dei campi, qualche cascina qua e là, case popolari ovunque, da contadini, una chiesetta, che nemmeno ci stavano cento persone, con la facciata bianca un po’ scrostata e un campanile basso e aguzzo... no, no, non era possibile.
E le ortiche dappertutto, forse era per quello che l’avevano chiamato Ortica, quel quartiere.

La mattina aveva preso il tram e si era spinta fin lì, era scesa a una fermata vicino alla fabbrica Motta in viale Corsica: per lo meno ci sarebbe stato un buon profumo di dolci. L’odore inconfondibile del panetun ben cotto che usciva dallo stabilimento l’aveva spinta inesorabilmente a entrare nel negozio e comprare un dolce di formato gigante, avvolto nel cartone azzurro e blu col marchio famoso. Mancava poco a Natale e la produzione era al massimo.
Poi si era incamminata per il viale cercando la traversa dove sorgeva quella casa maledetta che sarebbe diventata la sua. Quel profumo inebriante le aveva perfino impregnato i vestiti: figuremes...avrebbe dovuto odorare come un dolce tutti i giorni? A dire il vero le era salita l’acquolina in bocca, aveva aperto la scatola e il sacchetto e aveva cominciato a strappare pezzi di panettone e a ficcarseli in bocca, nervosamente.
Lei, anzi, tutta la sua famiglia non aveva dubbi: Motta 9 Alemagna 8. Non si scherza sui voti al panetton, il dolce più buono d’Italia, peccato lo facessero solo a Natale. E il 10? c’era, c’era...non sia mai: solo per chi se lo poteva permettere c’era quello del Cova, in via Montenapoleone, dove la mamma, un po’ troppo raramente, la portava a mangiare il cappuccino e la brioches, servita con porcellane e argenteria...un lusso... lei sussurrava che i prezzi erano tanto alti, ma era fatta così, le piaceva la bella vita, come a lei del resto.
Per la qualità del panetun la famiglia era divisa: la nonna parteggiava per il Marchesi in corso Magenta, il nonno per il Cucchi di corso Genova, la mamma per il Cova e al papà interessava che la smettessero di litigare, tanto avrebbe deciso lui. Insomma a Natale per comprare un panettone lussuoso come dio comanda c’era da far battaglia e tirar su le barricate come a porta Tosa nel 1848. Sul menù nessuno fiatava: tutto era governato dallo chef di famiglia, Nonno Gino, che preparava il paté famosissimo, a la milanesa, una favola! il vitel tonè, l’insalata russa, i tortellini in brodo di cappone, gli arrosti e i bolliti, i cardi alla panna....una bontà. Lui cucinava, mentre le donne della famiglia, manovalanza di basso livello, facevano le sguattere, affettavano, pulivano tutto, gli correvano dietro come a un re che comandava severamente i sudditi e lui, soddisfatto, dominava il suo esercito con la voce stentorea da tenore e il piglio dittatoriale di Mussolini, che dio l’abbia in gloria.

Bene, pensare al cibo l’aveva distratta come sempre, ma ora doveva tornare alla realtà: era proprio lì, in viale Corsica, a un passo dai campi incolti della periferia. E le veniva da piangere.
Gruppi di operaie in divisa bianca con la cuffietta sciamavano come api in libertà dirigendosi alle fermate del tram, chiacchierando e ridendo: forse avevano finito il turno.
Guardando il negozio del Motta, Rosa vedeva dolci e luci natalizie, ma lungo il viale non c’era nulla: i pochi negozi avevano un aspetto dimesso. Che tristezza! a Porta Vittoria, dove viveva la sua famiglia, soprattutto ora, in vista del Natale, le vetrine erano luccicanti e piene di cose belle e buone: qualche decorazione luminosa attraversava le strade principali, il corso Ventidue Marzo era una festa.

Lei non era adatta a quell’ambiente di periferia... lei era una sciora milanesa che doveva abitare in centro, mica laggiù: la sua famiglia era borghese, commercianti che avevano casa e bottega a Porta Vittoria, mica nei quartieri operai. Le sue nonne e bisnonne dominavano la casa guardando e controllando cosa succedeva dai quadri dipinti a olio e dalle tante foto incorniciate: erano ritratte come matrone dal cappello piumato e la veletta, la gonna lunga, il bastone o l’ombrello col manico d’argento, perle e trine al collo fermate da cammei. Anche gli uomini della famiglia non scherzavano in fatto di eleganza, giacca con le code e panciotto con l’orologio d’oro, cilindro e bastone da sera con pomo d’avorio. E suo padre era un musicista, non famosissimo, ma affermato, prima che la sua carriera finisse e si riducesse a fare il negoziante, come tutti in famiglia.

E lei? aveva gettato la sua vita e il suo amore alle ortiche. Proprio alle ortiche dell’Ortica, era la definizione giusta. Si era innamorata di un proletario, non sapeva bene come e perché: bello era bello, e aveva modi gentili e affascinanti, quando usciva con lei si vestiva bene, ma sempre con lo stesso completo però e la stessa cravatta... troppo tardi aveva capito. Troppo tardi lui aveva confessato di essere un operaio, un tipografo, figlio di un ferroviere e di avere ben cinque fratelli e sorelle da mantenere perché erano più piccoli di lui, che era il maggiore... Ed era pure un comunista: rosso come tutti gli operai, solo a pensarci le veniva male. Un disastro, una catastrofe, ma lei era innamorata persa, non riusciva a pensare di vivere senza di lui.

L’aveva presentato ai genitori, aveva perfino suscitato un’ottima impressione, con la sua bellezza e la parlantina sciolta e, quando gli avevano chiesto che lavoro facesse, con una faccia tosta incredibile aveva risposto che faceva il commerciante e aveva anche infiorettato la bugia. 
Insomma alla fine l’aveva sposato in fretta e furia. Ben presto l’inganno era saltato all’occhio e la famiglia di Rosa aveva buttato tutt’e due fuori casa. Invano Gianni aveva promesso che avrebbe trovato un lavoro diverso e sarebbe diventato ricco... nessuno gli aveva creduto.
Ma la guerra era finita da poco, si affacciava la speranza degli anni Cinquanta, la ricostruzione del paese e il lavoro per tutti. Tutti quelli che erano rimasti vivi dopo le stragi, ovviamente.
......
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Natale a Milano-Libro rosso
antologia - 16 autori a cura di Fiorenza Pistocchi
Neos edizioni
pag 160


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